Non per fare retorica di bassissima lega, ma certo che gli anni Sessanta e Settanta erano un’altra cosa. Nell’epoca dei social network band prescindibilissime ammorbano l’universo con teaser anticipazioni di album – prescindibilissimi anche loro – che vengono pubblicati col contagocce, nella migliore delle ipotesi con frequenza olimpica. Quasi mezzo secolo fa un gruppo che si chiamava Pink Floyd in tre anni esatti – dall’ottobre del ’69 allo stesso mese del ’71 – spedì nei negozi tre dischi, “Ummagumma”, “Atom Heart Mother” e “Meddle”. Poi, certo, non tutte le ciambelle riescono col buco, specie quando si forza la mano: l’album di mezzo fu definito dallo stesso David Gilmour un tentativo di “raschiare il fondo del barile” con della “merda psichedelica”.

Eppure quello che l’ex sodale di Roger Waters definì sostanzialmente materiale di scarto fu la chiave che permise per la prima volta ai Pink Floyd di aprire la porta del piano più alto della classifica britannica, a dimostrazione che – quando un gruppo è valido e ha qualcosa da dire – anche il fondo del barile un certo senso ce l’ha. Perché, negli anni, quei brani in prima istanza trascurati si sono rivelati parte integrante di un percorso che avrebbe portato un gruppo a scrivere indelebilmente il proprio nome nella storia del rock, dimostrando che l’abbandono del format tradizionale di album (inteso come raccolta di canzoni) non necessariamente significhi voltare le spalle al grande pubblico e al successo commerciale: non è un caso, infatti, che “If” e “Fat Old Sun” – rispettivamente seconda e quarta traccia del disco – figurino ancora oggi in scaletta nei live sia di Gilmour che di Waters.

In occasione del quarantasettesimo anniversario dalla pubblicazione di “Atom Heart Mother”, che ricorre proprio oggi, ecco sette aneddoti che forse vi sono sfuggiti su uno dei figli minori della band di “The Wall” che forse, poi, così minore non è. Buona lettura!

  1. Sulla copertina e sul retro dell’edizione originale del disco non apparivano né il titolo, né il nome del gruppo, né tantomeno l’elenco delle canzoni: la scelta era stata degli stessi Pink Floyd, che desideravano, per il loro quinto album da studio, un artwork il più sobrio possibile. La scelta stupì LG Wood, il boss della EMI che era solito vagliare tutte le copertine dei dischi che produceva prima di immetterle sul mercato. Quando il discografico prese in mano “Atom Heart Mother” la prima cosa che vide fu la mucca, che Storm Thorgerson aveva messo in copertina ispirandosi all’opera di Andy Warhol “Cow Wallpaper” del 1966. Stupito, Wood girò l’LP dall’altro lato, sperando di trovare le informazioni essenziali, e ci trovò altre mucche. “Ah: frisone”, fu la reazione – impassibile e impeccabilmente britannica – di Wood.
  2. Già, una frisona. Per la precisione, Lullabelle III (nella foto), un perfetto esemplare della razza bovina originaria dei Paesi Bassi con tanto di pedigree. I Pink Floyd, per la cover di “Atom Heart Mother”, volevano appunto qualcosa di estremamente ordinario, che facesse a pugni con l’immaginario psichedelica, ormai giudicato banale dalla band di Waters e Gilmour. Secondo quanto riferito da Hugh Fielder in “Behind the Wall”, fu una amico di Storm Thorgerson a consigliare al grafico di fotografare una mucca, perché – dopotutto – “cosa c’è di più ordinario di una mucca”? Così Thorgerson uscì dalla città e non appena arrivato in campagna fotografò la prima mucca che gli capitò a tiro. E fu così che Lullabelle III – scomparsa ormai molti anni fa – entrò nella storia del rock.
  3. Sempre a proposito della copertina: lo studio Hipgnosis, che grazie agli artwork di “A Saucerful of Secrets” e “Ummagumma” aveva legato a doppio filo la propria attività a quella dei Pink Floyd, si aggiudicò la commissione per la cover di “Atom Heart Mother” grazie a una “seconda scelta”. La prima proposta fatta da Storm Thorgerson e Aubrey Powell al gruppo fu infatti la grafica con un tuffatore intento ad immergersi in una piscina vuota: alla band non piacque, così fu accolta la seconda proposta, ovvero l’immagine della mucca che negli anni sarebbe diventata una delle tante icone legate alla carriera della band di Waters e Gilmour. Hipgnosis riciclò l’idea del tuffatore con i Def Leppard, che utilizzarono quella che avrebbe dovuto essere la copertina di “Atom Heart Mother” per il loro album del 1981 “High ‘n’ Dry”.
  4. Benché sia stato il primo disco dei Pink Floyd capace di raggiungere in Gran Bretagna le vette delle classifiche di vendita, David Gilmour non ha mai amato troppo “Atom Heart Mother”, tanto da definirlo “la nostra merda sperimentale”: “E’ la cosa più raffazzonata che ci sia mai capitata di fare”, fu l’impietoso giudizione del chitarrista, “E’ spazzatura. Avevamo davvero toccato il fondo: all’epoca avevamo esagerato a raschiare il fondo del barile”. Anche Waters, negli anni successivi, non si mostrò particolarmente affezionato all’album, tanto da rispondere così – nel 1984 – a un’intervista della BBC: “Se qualcuno qui, adesso, mi dicesse ‘Eccoti un milione di sterline, adesso vai e suona ‘Atom Heart Mother” io gli risponderei ‘Cazzo, stai scherzando vero?'”.
  5. Prima di diventare il titolo del quinto album dei Pink Floyd, “Atom Heart Mother” è stato il titolo di un articolo dell’Evening Standard che parlava di una donna incinta alla quale era stato impiantato un pacemaker sperimentale: la storia fu scovata dal produttore Ron Geesin e da Roger Waters, che ne rimasero affascinati. Il disco era già finito, la BBC era pronto a trasmetterlo ma mancava il titolo: così la band ebbe la pensata di “affidarsi” in zona Cesarini al titolista della testata britannica.
  6. Parte dei suoni presenti in “Alan’s Psychedelic Breakfast”  altro non sono che registrazioni ambientali di uno dei roadie all’epoca alle dipendenze dei Pink Floyd, Alan Stiles: il collaboratore del gruppo fu registrato mentre si preparava la colazione nella cucina del batterista Nick Mason. Da qui il titolo del brano.
  7. Stanley Kubrick avrebbe voluto usare la title track di “Atom Heart Mother” per uno dei suoi capolavori, “Arancia meccanica”: la band rifiutò di concedere il brano, perché il cineasta, presentando la sua proposta, aveva premesso che si sarebbe riservato il diritto di “spezzettare” il brano per usarlo in diversi momenti della pellicola. Nonostante il divieto, il genio newyorchese riuscì comunque a inserire il disco nel film, facendone apparire la copertina nella scena ambientata in un negozio di dischi.

Rockol.it

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