alemanno_berlusconi_colosseo-300x204ROMA – In vista del ballottaggio con Ignazio Marino al secondo turno delle comunali di Roma tira una brutta aria nel comitato elettorale di Gianni Alemanno: Berlusconi, che non lo ha mai amato, l’ha mollato. E ora punta a farlo perdere male, in maniera tale che l’attuale sindaco di Roma, non avanzi più pretese “nazionali”: incarichi, prebende o addirittura l’ipotesi di “scalare” il Popolo delle Libertà con un’Opa ostile da destra.
Il primo indizio è la reazione non proprio di dolore che Berlusconi ha avuto ai risultati del primo turno (Alemanno 12 punti percentuali sotto Marino, 311 mila voti in meno rispetto al 2008).
Il secondo è il mancato bis, dopo una non fortunatissima prima: Berlusconi non si ripresenterà sul palco insieme ad Alemanno. Non vuole metterci la faccia a quella che la sondaggista di fiducia Alessandra Ghisleri (Euromedia) gli presenta come una sconfitta annunciata. E poi gli sono bastati i quattro gatti che l’ex ministro dell’Agricoltura è riuscito a portargli al comizio sotto il Colosseo: tremila anime (nelle stime più ottimiste) dalle quali il Cavaliere si è congedato velocemente dopo dieci minuti di comizio. Con questa frase: ”Volete Gianni sindaco? E allora datevi da fare”. Sottinteso: così non basta. E non contate più su di me.
Il terzo indizio è che Berlusconi, che a lungo ha insistito per evitare un Alemanno bis, avrebbe preferito Alfio Marchini come candidato del centrodestra
Berlusconi e Alemanno non si piacciono e del resto non potevano venire da storie più diverse. Un milanese figlio di un dirigente di banca e un barese figlio di un salentino, ufficiale dell’esercito.
Gli anni 80 di Berlusconi si aprono coi primi tentativi di creare una tv privata su scala nazionale e si chiudono col suo Milan che vince la Coppa dei Campioni dopo aver travolto la Steaua Bucarest. Gli anni 80 di Alemanno si aprono con un arresto per l’aggressione di uno studente e si chiudono con un arresto per resistenza aggravata e lesioni al termine di una manifestazione non autorizzata contro l’allora presidente Usa George Bush senior.
Nel dna politico di Berlusconi un po’ di Dc, molto pianobar, un sorso di socialismo craxiano e poi la fondazione di Forza Italia. Nel passato di Alemanno una militanza con i “cuori neri”, i campi Hobbit, il Fronte della Gioventù e gli anni del Movimento Sociale Italiano vissuti nella corrente rautiana. Così vicino a Pino Rauti da sposarne la figlia, Isabella. Poi venne la svolta di Fiuggi (1994, Alleanza Nazionale) e quella del predellino (2007, Pdl).
Non stupisce quindi che dal 2010 al 2012, nella lenta parabola discendente del Cavaliere, Alemanno – sindaco sempre un po’ distratto da ambizioni “nazionali” – abbia più volte espresso scetticismo sulla leadership di Berlusconi e abbia provato a metterla in discussione – al contrario di quanto ha fatto Fini – da dentro al partito. Alla fine dell’anno scorso, mentre l’uomo del predellino si riprendeva la sua moribonda creatura, il Pdl (con gli esiti che tutti sappiamo), Alemanno era stato lì lì per passare nelle truppe di Mario Monti, salvo poi cambiare idea giusto in tempo per non naufragare col Professore.
Poi è riuscito a ricandidarsi per la terza volta a sindaco di Roma: anche nel 2013, come nel 2008 e nel 2006, Alemanno si è presentato in mancanza di una concorrenza interna e senza la benedizione di Berlusconi. Nel 2006 nessuno nel centrodestra voleva sfidare un Walter Veltroni all’apice della popolarità, e infatti l’ex rautiano perse al primo turno raccogliendo il 37,1%.
Nel 2008 si pensava che Francesco Rutelli avrebbe vinto facile. Al primo turno era 5 punti sopra Alemanno, 45 a 40. Poi lo scetticismo sulla riproposizione di Rutelli e sul centrosinistra che amministrava la città dal 1993 ribaltarono il risultato al ballottaggio: 53 a 46 per il candidato di centrodestra. Alemanno – cosa che sicuramente non piacque a Berlusconi – dedicò la vittoria a Gianfranco Fini.

BlitzQuotidiano

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