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Trovata morta, stremata dal freddo

2400PERUGIA - Da lontano sembra un piccolo tronco abbattuto. Caduto lungo l’argine del torrente Ventia, tra Casa del Diavolo e Civitella Benazzone. Da vicino è il corpo senza vita di Elisa Benedetti, la venticinquenne di Città di Castello inghiottita nel bosco sabato notte. Carabinieri, vigili del fuoco, protezione civile e forestale la cercano da 36 ore. La trovano, completamente “mimetizzata” dal fango, intorno alle 12 di ieri sull’altra sponda del Ventia. Uccisa probabilmente da un mix di alcol, droga, freddo e paura. Il medico legale Annamaria Verdelli (pm Antonella Duchini) ne constata la morte a un chilometro rispetto a dove si è impantanata la macchina. Vicino a un laghetto. Lo zio Stefano e la quindicina di amici (tra cui anche il fidanzato) che partecipano alle ricerche trovano il berretto di lana che indossava sabato sera; poi il maglione viola, tolto e appeso come se fosse stato messo a stendere. E poi il corpo di Elisa, senza vita. Coperto di fango. Senza scarpe, una sola sarà trovata e poco lontano. Jeans leggermente abbassati, la biancheria intima intatta: nonostante una storia ancora torbida, una prima verifica sembra escludere la violenza sessuale. Sarà decisiva l’autopsia.

L’elicottero dei vigili del fuoco scorge il corpo di Elisa completamente “mimetizzato” da e tra il fango. Ad una primissima ricognizione, effettuata dal medico legale Annamaria Verdelli accompagnata dai carabinieri del Roni comandati dal capitano Giovanni Rizzo (con il capitano Giovanni Cuccurullo, comandante della Compagnia, a coordinare le operazioni) viene notata qualche escoriazione sulle braccia e sul viso, come quando ci si trova a camminare e doversi proteggere in mezzo ai rovi.
Da quel momento, è circa mezzogiorno, le speranze della quindicina di amici, del fidanzato Alex e dello zio Stefano si frantumano in pochi istanti. Hanno partecipato dalla mattina alle ricerche, col cuore in gola ma con la convinzione di riportare a casa Elisa. Viva. E invece è lì, in mezzo al fango, senza vita. A un chilometro dalla macchina, vicino a un laghetto artificiale recintato. Ci è arrivata cadendo due, tre volte, stando alle tracce lasciate a terra. C’è arrivata stremata tra il freddo, la paura e probabilmente le inevitabili conseguenze di una sera a base di alcol e droga. I jeans leggermente abbassati, biancheria intima intatta: ciò lascerebbe pensare che non ci sia stata violenza sessuale. Ma solo l’autopsia e l’esame tossicologico, per capire se e quanta droga e alcol avesse in corpo, potranno dare certezze.
Sono circa le 14 quando Elisa compie il suo ultimo viaggio, verso l’obitorio dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Con zio e amici che tornano verso Castello, ad abbracciare papà Osvaldo che ha saputo della fine di Elisa in diretta tv. L’ultimo viaggio, le ultime parole. Le ultimissime al centralino dei carabinieri nel corso di quell’ora di contatti telefonici tra le due e le tre del mattino di domenica: «Aiutatemi, sono stata violentata. Sono in mezzo a un bosco, la macchina si è impantanata». E quelle poco prima al citofono di una casa. «Scusatemi, ho sbagliato strada». Dall’altra parte del citofono c’è il figlio di quella donna che dirà di averla vista rientrare barcollando dentro la Punto e ripartire, seguita da due macchine. «Torna indietro, non proseguire che non si va da nessuna parte» le avrebbe detto l’uomo. E lei ancora a chiedere scusa, a ripetere di aver sbagliato strada aggiungendo di dover «andare verso su».
Poi la chiamata ai carabinieri. Poi le ricerche di domenica e ieri mattina. Poi il ritrovamento di Elisa senza vita. Nel mezzo una serie di misteri. Dalla posizione dell’amica del cuore Vanessa (lavorano insieme in un call center a Città di Castello e su Facebook si definiscono “sorelle”) che, oltre a essere stata nuovamente sentita ieri dai carabinieri di Città di Castello (avrebbe ammesso l’uso di qualche sostanza), contrariamente a quanto inizialmente emerso avrebbe chiamato i carabinieri solo diverse ore dopo l’incidente a Ponte Felcino. Dopo la partenza improvvisa e senza un perché di Elisa, Vanessa (che era scesa per fare il Cid) si sarebbe fatta riaccompagnare a Resina dalla controparte e poi la vengono a prendere per tornare a Castello. L’allarme lo avrebbe dato una volta tornata a casa, e dunque dopo quello di Elisa.
E ancora. Il telefono di Elisa era scarico, Vanessa ne aveva due: uno con sé, un altro in macchina e sarebbe proprio quello usato dalla ragazza morta per dare l’allarme. Nel traffico dei telefonini, che gli inquirenti stanno setacciando, può esserci la verità. Altri misteri. Quello di una possibile fermata di Elisa nel parcheggio della discoteca vicinissima ai boschi di Civitella Benazzone prima di finire in mezzo al bosco; quel rumore di «due sole macchine» che la donna cui la ragazza ha citofonato avrebbe detto di aver sentito fare il percorso inverso poco dopo. E anche quel «devo andare su» pronunciato da Elisa. Amici e parenti in lacrime raccontano di aver scoperto nelle ultime 36 ore una specie di “vita parallela” della ragazza, fatta di frequenti visite a Perugia e di frequentazioni decisamente pericolose: residenti e cacciatori raccontano che quella è zona frequentata da coppiette e da persone spesso protagoniste di serate di eccessi. Elisa conosceva già quel posto?

Trentasei ore. Tante sono quelle che riassumo la forbice che racconta la tragica fine di Elisa. Si parte dalle 21.30 circa di sabato. A quell’ora la giovane e la sua amica si trovano nel bar della stazione di servizio. Luogo da cui ripartono e quasi tre ore dopo, intorno a mezzanotte, c’è l’incidente. Uno cozzo dalle conseguenze banali, che si trasforma, però, nell’incipit della scomparsa. Perché è a quel punto che Elisa si mette al volante della Fiat Punto, fino a poco prima condotta dalla sua amica in quel frangente impegnata a compilare il Cid. Un girovagare in auto, apparentemente senza una meta precisa. Poi intorno all’una i vigili del fuoco entrano in azione per ricerca quella che è ormai divenuta “persona scomparsa”. La giovane avrebbe lei stessa contattato i carabinieri dicendo di non riuscire a capire dove si trovasse. Le ricerche sono proseguite per tutta la giornata di domenica. Senza, però, alcun esito. E si è proseguito anche ieri mattina. Mentre i carabinieri del Roni (al comando del capitano Giovanni Rizzo), quelli della Compagnia di Perugia (agli ordini del capitano Giovanni Cuccurullo) e i colleghi della Compagnia di Città di Castello (guidati dal capitano Alfredo Cangiano) stavano battendo ogni fazzoletto di terra, è stato Stefano benedetti, lo zio di Elisa a trovare, in terra, il cappellino di lana della nipote. Una manciata di minuti poco dopo mezzogiorno. Mentre parenti ed amici si sono stretti in un abbraccio rotto dal pianto sgorgato dal dolore, poco dopo carabinieri e vigili del fuoco hanno trovato Elisa a pochi metri da un laghetto artificiale, senza più segni di vita.

art: http://carta.ilmessaggero.it/sfoglia.php?data=20110201&pag=31&dorso=UMBRIA&pagina=CRONACA_LOCALE&ediz=06_UMBRIA&vis=

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