Nei kebab la rete degli «Hezbollah»

TERNI Facevano entrare immigrati clandestini in Italia fornendo loro, dietro pagamento, un pacchetto «tutto compreso» che gli garantiva viaggio, alloggio e un lavoro.
Dopo averli istruiti sulle dichiarazioni da fare alle autorità italiane, anche con storie false di torture in realtà mai avvenute per ottenere l’asilo politico o permessi per motivi umanitari. Un’indagine durata più di un anno, quella della squadra Digos della questura, coordinata dal dirigente Moreno Fernandez e dal magistrato Elisabetta Massini che ha portato a nove arresti, decine di indagati e perquisizioni in tutta Italia. Con la scoperta di una rete di protezione europea per decine di persone riconducibili alla «Hezbollah turca», organizzazione terroristica che vuole riportare la sharia nella Repubblica Turca.In carcere, dopo le ordinanze firmate dal gip Maurizio Santoloci, sei turchi ritenuti a capo del gruppo criminale. La polizia ha accertato che gestivano a Terni e in diverse regioni diversi kebab. Due di loro sono stati fermati in un appartamento di via Castello, gli altri due in auto in centro mentre stava andando al lavoro. Vivono da anni a Terni, alcuni con le famiglie.
Ordinanza di custodia cautelare anche per una romana di 46 anni, collaboratrice di una scuola di formazione di Roma, accusata di avere consentito in cambio di soldi il rilascio a cittadini stranieri di abilitazioni per la conduzione di esercizi pubblici. Arresti domiciliari invece per due ucraine di 30 anni, una domiciliata a Terni e l’altra a Milano, accusate di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Indagate a piede libero altre 30 persone per reati che vanno dall’associazione per delinquere, al favoreggiamento dell’immigrazione, al falso documentale. Tra queste anche un medico di Roma ed un avvocato di Terni. Ma anche artigiani, piccoli imprenditori e pensionati che attestavano falsi contratti di lavoro per i clandestini coinvolti.
I vertici dell’associazione, tutti tratti in arresto all’alba di ieri(quattro a Terni, gli altri nei pressi di Milano, ma domiciliati in Umbria), sono turchi riconducibili all’associazione eversiva denominata «Hezbullah, con precedenti penali per reati commessi in Italia, Europa e Turchia in materia di terrorismo, armi, droga e immigrazione. A Terni gestivano con prestanomi e direttamente cinque kebab, ma avevano ramificazioni commerciali in varie regioni d’Italia.
I clandestini curdi in Italia (più di 50 i casi accertati) entravano attraverso diversi sistemi, tra i quali i più diffusi il pagamento dei trafficanti di esseri umani (nave più i tir), i passaporti di servizio, i visti di breve durata (turismo o affari), la falsificazione dei visti di ingresso, la sostituzione di persona e i matrimoni simulati.
I turchi giunti irregolarmente in Italia ottenevano subito un appoggio da parte dell’organizzazione (vitto, alloggio, occupazione) che li avviava alla procedura per il riconoscimento dell’asilo, attraverso la predisposizione delle dichiarazioni tipo da rendere alle Commissioni. Entravano così in gioco medici e funzionari pubblici compiacenti che compilavano i certificati falsi da presentare per ottenere il permesso per motivi umanitari.
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Ritrovati diversi documenti e testi in arabo
Diversi documenti scritti in turco e in arabo sono stati sequestrati dalla polizia nel corso dell’operazione Aladin contro l’immigrazione clandestina. I poliziotti hanno sequestrato computer e hard disk. Materiale ora al vaglio degli investigatori coordinati dalla procura di Terni. Molti documenti sono riconducibili all’organizzazione terroristica turca degli «Hezbollah».
Un blitz all’alba in tutto il Centro Nord Italia, con circa 50 perquisizioni domiciliari, disposte dalla Procura di Terni nei confronti di cittadini turchi e presso le sedi delle principali associazioni curde, finalizzate al rinvenimento di documenti utili a supportare le tesi investigative. Ci sarebbero anche dei video definiti interessanti dagli investigatori.
Ci sono state perquisizioni in sette regioni d’Italia, con controlli accurati a Roma, L’Aquila, Modena, Milano, Trieste, Como, Venezia, Latina e Viterbo.
Un blitz all’alba in tutto il Centro Nord Italia, con circa 50 perquisizioni domiciliari, disposte dalla Procura di Terni nei confronti di cittadini turchi e presso le sedi delle principali associazioni curde, finalizzate al rinvenimento di documenti utili a supportare le tesi investigative. Ci sarebbero anche dei video definiti interessanti dagli investigatori.
Ci sono state perquisizioni in sette regioni d’Italia, con controlli accurati a Roma, L’Aquila, Modena, Milano, Trieste, Como, Venezia, Latina e Viterbo.
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L' Italia è come la Turchia: pagando si ottiene tutto
«Non vi preoccupate, in Italia come in Turchia è possibile avere tutto pagando». E’ una delle intercettazioni telefoniche effettuate durante le indagini della Digos di Terni che ha scoperto come oltre 50 cittadini curdi, tutti riconducibili alla Hezbullah turca, hanno ottenuto il riconoscimento della protezione umanitaria, grazie a dichiarazioni false accompagnate da documentazione contraffatta (tessere di partiti politici, mandati di cattura, certificati medici attestanti esiti inesistenti di ferite da tortura). La convinzione è quella di uno dei capi dell’organizzazione, poi suffragata dai fatti, che parla al telefono da Terni con un referente in Turchia. Ma i turchi si sono dimostrati ben introdotti anche in alcuni settori della pubblica amministrazione potendo contare su una fitta rete di conoscenze. Sono infatti numerosi i casi dei falsi certificati medici attestanti esiti di ferite da arma fuoco e torture, nonché l’acquisto delle abilitazioni per la conduzione di pubblici esercizi (ex Rec) e i certificati Hacpp (ex tessere sanitarie) ottenute corrompendo pubblici ufficiali.
Determninante per questo il ruolo della consulente romana di 46 anni finita in carcere perché accusata di aver fatto ottenere in modo illecito ai turchi coinvolti (in cambio di 1500 euro l’uno) l’abilitazione per poter aprire i kebab. Gli stranieri non svolgevano i corsi nel centro di formazione romano (non conoscendo l’italiano) ma poi superavano l’esame grazie a moduli già compilati.
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Dalla filiera dei Kebab i soldi per la causa curda
L’intera filiera del kebab, dalla lavorazione delle carni, alla distribuzione all’ingrosso, sino alla vendita al minuto, serviva anche per la raccolta di denaro, una sorta di salvadanaio, periodicamente svuotato dai vertici dell’organizzazione, diretto alla Turchia per sostenere la causa curda.
Una vasta rete commerciale che si è dimostrata un sistema economico di tipo monopolistico a circuito chiuso, gestita unicamente da soggetti di etnia curda, affini per origini geografiche, ideologie politiche e religiose. Che parte dalla Germania. dove viene di fatto lavorata la carne, poi commercializzata, e si ramifica in diversi Paesi europei. Parte dei ricavai dei Kebab, secondo le accuse, servono, per rafforzare la lotta politica e non solo in Turchia.
Il riconoscimento dell’asilo politico o della protezione umanitario ha consentito loro non solo la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, ma anche di sottrarsi al rischio di estradizione in altri paesi ove risultavano destinatari di pene definitive da scontare per gravi reati, anche di natura eversiva.
Il gruppo terroristico turco «Hezbollah» (in arabo «Il partito di Dio»), i cui esponenti sono stati arrestati nel corso dell’operazione della polizia di Terni, nasce durante gli anni Ottanta. Nonostante, in apparenza, ideologicamente ispirato all’omonimo movimento islamista libanese, l’hezbollah turco nasce e si sviluppa nella regione, a maggioranza curda, di Dyiarbakir come movimento sunnita, al contrario del gruppo attivo nel Libano meridionale che raggruppa individui aderenti al movimento sciita.
In Turchia sono accusati di decine di omicidi, anche di giornalisti e di donne impegnate nella lotto per l’emancipazione, che si sono consumati fino ai primi anni del Duemila.
Il messaggero del 22/02/2012









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