Si è spento a 91 anni Jerry Lewis, vera leggenda della commedia americana. Tra gli anni 40 e gli anni 70, prima in coppia con Dean Martin e poi da solo, anche come regista, diventò una celebrità assoluta, cambiando le regole della comicità. Tra i suoi film più celebri “Le folli notti del dottor Jerryl“, “Artisti e modelle“, “Il nipote picchiatello” e “Jerry 8 e 3/4“. La notizia della morte è stata confermata dal suo agente a “Variety”.

E’ stato il re delle smorfie quando Jim Carrey doveva ancora nascere. Ha inventato il Telethon quando la raccolta fondi per la ricerca era fantascienza. Ha interpretato il ruolo di regista in maniera avanguardistica, creando tecniche di ripresa che vengono utilizzate ancora oggi. Per tutti Jerry Lewis (al secolo Joseph Levitch) è stato “il picchiatello”, soprannome (tutto italiano) rimastogli appiccicato per via di uno dei più riusciti tra i film girati in coppia con Dean Martin (“Il nipote picchiatello“). Ma in realtà è stato uno dei comici più rivoluzionari che il secolo scorso abbia visto in campo cinematografico.

Con la recitazione nel sangue (i genitori erano attori di vaudeville, russi di origine ebraica), è cresciuto dovendo fare a pugni con la vita e non solo quella, visto che dal collegio che frequentava venne espulso per aver picchiato un insegnante che parlava male degli ebrei. Poco male. Abbandonata la scuola trovò ben presto modo di mettere a frutto il talento naturale per la risata, sfruttando l’aspetto vagamente scimmiesco, da lui esasperato nei primi anni, e un’attitudine alla provocazione. Con Dean Martin, crooner di origini italiane tutto fascino e voce suadente, l’incastro fu perfetto. Nell’America che voleva lasciarsi alle spalle la Seconda Guerra Mondiale il successo del duo fu travolgente e, dopo continue tournée tutte esaurite nei teatri e trasmissioni radio e tv, il passo verso il grande schermo fu inevitabile. Da “La mia amica Irma” (1949) a “Hollywood o morte” (1956) la coppia fu una macchina da guerra (e da soldi). Ma come spesso accade, l’ambizione e le differenze caratteriali portarono alla frattura.

E se Martin riuscì a reinventarsi diventando un pilastro del Rat Pack di Frank Sinatra, Lewis potè dare sfogo a tutto il suo talento creativo anche come regista. Basti pensare a “L’idolo delle donne“, dove la scenografia era un’enome casa delle bambole che rappresentava il dormitorio femminile nel quale lui svolge il ruolo di tuttofare. E poi “Il mattatore di Hollywood“, “Jerry 8 e 3/4” e “Le folli notti del dottor Jerryll“, dove il classico horror “Dr. Jeckyll e Mr. Hyde” viene ribaltato, con un professore tanto tenero quanto sfortunato che con una pozione si trasforma in un playboy irresistibile ma anche terribilmente egocentrico e arrogante. Un soggetto così perfetto che avrebbe trovato un secondo successo ne “Il professore matto”, remake realizzato negli anni 90 con Eddie Murphy.

La corsa inarrestabile di Lewis si arrestò bruscamente con il chiudersi dei favolosi anni 60 e l’apririsi del decennio successivo. Prima un incidente sul set che gli procurò grossi guai alla schiena e una conseguente dipendenza da antidolorifici, e poi il disastro di “The Day The Clown Cried”, film girato nel 1972 ma poi dallo stesso Lewis abiurato e lasciato inedito, impedendone l’uscita nei cinema. Sarebbero seguito dieci anni lontano dai set per un ritorno negli anni 80 con due commedie dimenticabili (“Bentornato picchiatello” e “Qua la mano picchiatello”) e un ruolo drammatico che Martin Scorsese gli cucì addosso in “Re per una notte” (1983).

Chiusa la storia d’amore con il cinema Lewis non è stato però con le mani in mano. Dal 1966 fino a tempi recentissimi il suo Telethon per raccogliere fondi contro la distrofia muscolare è stato uno degli appuntamenti fissi della televisione americana. Proprio quella trasmissione fu l’occasione, nel 1976, per il primo incontro con Dean Martin dopo vent’anni di separazione (e qualche cattiveria). Una reunion organizzata da Frank Sinatra e che ricucì un rapporto in realtà incrinato solo in superficie. Lo dimostra il libro scritto da Lewis nel 2006, “Dean e me (una storia d’amore)“, dove il comico ricostruisce la loro vicenda con una notevole dose di autocritica e per il compagno solo parole di stima e affetto incondizionate.

Negli ultimi anni la sua salute era stata minata da una serie infinita di acciacchi che lo avevano piegato ma non spezzato: quattro bypass coronarici, un cancro alla prostata, diabete e una fibrosi polmonare. E non sono mancate nemmeno le polemiche per alcune sue uscite molto poco politically correct sui gay e le donne. D’altro canto Jerry è stato figlio del suo tempo anche in questo. Uno dei figli più luminosi della Hollywood che non esiste più. Ma che ha lasciato un segno indelebile nella storia dello spettacolo del ‘900.

TGCom24

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