e_commerce_yook_negozi_orario_chiusura-300x232ROMA – I negozi virtuali, cioè i siti di e-commerce su internet dove puoi comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora, avranno un orario di chiusura come i negozi veri? Un disegno di legge già approvato dalla Camera e ora in discussione al Senato vuole porre dei limiti alla liberalizzazione degli orari dei negozi, imponendo tra l’altro 12 giorni di chiusura. L’articolo 1 del disegno di legge, fra le attività che non avranno limiti sugli orari, ha escluso bar, ristoranti, cinema e mercatini. Ma non distributori automatici e siti di commercio elettronico. Spiega Giuseppe Bottero su La Stampa:
Peccato che l’operazione non sia semplicissima: che si fa, si spegne il sito nei giorni di festa? E nel caso delle «vending machine», si imbullona ogni macchinetta installata in Italia? In realtà i problemi potrebbero anche essere più complessi. Stoppare i siti, se davvero succedesse, potrebbe avere l’effetto di penalizzare gli imprenditori italiani, perché i clienti a caccia di acquisti online finirebbero per puntare sui concorrenti stranieri, da Amazon in giù, che ovviamente non sono soggetti alla normativa nazionale. E magari metterebbe in difficoltà anche i campioni dell’e-commerce made in Italy, come Yoox. Si rischierebbe dunque una piccola mazzata per un settore che, nel nostro Paese, ancora stenta a decollare: il giro d’affari nel 2014 valeva 13,3 miliardi di euro e le vendite realizzate dai siti guardano da lontano Francia, Germania e soprattutto Gran Bretagna, dove il mercato digitale corre verso quota 80 miliardi.
Il dibattito sul web, in realtà, è solo la punta dell’iceberg di una discussione che va avanti da mesi: secondo l’Antitrust il disegno di legge in discussione al Senato è «un passo indietro nel già difficoltoso processo di liberalizzazione e di ammodernamento del settore». È la stessa posizione di Federdistribuzione: «Una restrizione della liberalizzazione sugli orari di apertura avrebbe effetti negativi, che peggiorerebbero il servizio offerto ai consumatori. Inoltre meno giornate di apertura significano meno ore lavorate e quindi meno salari distribuiti e minor bisogno di collaboratori da parte dei punti vendita».
Sul fronte opposto la Confesercenti: «La liberalizzazione è stata disastrosa, ha creato un regime di concorrenza insostenibile per i piccoli esercizi di vicinato (che hanno chiuso a migliaia) e da cui non hanno tratto vantaggio neanche i giganti della grande distribuzione, oggi in sofferenza». A favore delle norme al vaglio del Senato è anche la Confcommercio: «Le nuove disposizioni lasciano intatta la libertà degli esercenti di restare aperti anche 24 ore al giorno. Quello che verrebbe introdotto è soltanto l’obbligo di chiusura nelle 12 festività nazionali 6 delle quali potrebbero tuttavia essere sostituite dagli esercenti con altrettanti giorni a loro libera scelta. Ci sembra una regolamentazione minima».

Blitz

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