Nella selva frammentata del mondo della cultura e dello spettacolo, Dario Franceschini, ministro-scrittore di libri dai titoli che evocano il realismo magico sudamericano, si è mosso cercando di preservare il prodotto italiano contro quella che chiama «omologazione». Termine dal sapore pasoliniano che racconta di centri storici assediati da paccottiglie turistiche che scalzano piccole librerie, e film che cercano margini di ossigeno nella valanga di produzioni straniere. Ora tocca al credito d’imposta salva-librerie. Prima è stata la riforma del cinema, con l’obbligo per le tv di rispettare quote di investimenti e di programmazione di opere italiane. «Anche Netflix o altre piattaforme come Amazon Prime avranno gli stessi obblighi, compatibilmente a una programmazione senza fasce orarie», spiega il ministro che rivela: «Stiamo pensando a meccanismi per assicurare la visibilità di serie e film italiani».

 

Amazon è un problema anche per i librai, che ora lei vuole aiutare con il tax credit inserito nella manovra. Tassare i giganti del web è davvero così difficile?

«E’ un tema sacrosanto ma è difficile affrontarlo su base nazionale. Stiamo spingendo a intervenire a livello europeo. L’anomalia nella concorrenza è nella distribuzione. Gli editori fanno diversi sconti, a seconda se sei piccola libreria o grande distribuzione. Amazon impone agli editori prezzi ancora più scontati. Non è molto semplice interferire in un mercato tra privati. La legge Levi, con il tetto del 15% agli sconti, ha fatto tanto. In Francia è al 5%. Ho in mente una cosa del genere».

 

Che tipo di credito d’imposta prevedete per i librai?

«Ho letto che molti di loro si sono allarmati perché pensano riguardi solo il reddito. E purtroppo tanti, circa la metà, tengono aperte le librerie per passione, perché un reddito non ce l’hanno più. Invece è una compensazione per tutti i tipi di imposta, non solo sul reddito, ma anche Imu, Irap, Iva, contributi previdenziali dei dipendenti e del titolare se è senza dipendenti. Una vera detassazione: fino a 20 mila euro per le librerie indipendenti e 10 mila per quelle delle grandi catene».

 

Basterà a contrastare grande distribuzione e Amazon?

«Innanzitutto è un intervento che aiuterà i piccoli librai che eroicamente resistono. La piccola libreria è un bene che va tutelato dallo Stato, perché è insieme identità e bellezza immateriale. Il tax credit eviterà altre chiusure e darà la possibilità a qualche ragazzo di aprirne di nuove. Così aiuteremo i nostri centri storici a non perdere la loro identità come purtroppo è avvenuto in questi anni di boom turistico e di incontrollata liberalizzazione delle licenze. Il risultato è stato che gli affitti in centro sono schizzati, le botteghe storiche non ce la fanno, e al loro posto aprono negozi tutti uguali, che vendono magliette o che fanno pasta veloce. Basta andare a Venezia o in via dei Coronari a Roma. Cominciamo dalle librerie, ma non è escluso che in futuro si possano salvaguardare in questo modo anche altri negozi storici».

 

In Italia le librerie soffrono perché c’è un problema cronico di lettura. Da anni si parla di una legge di sistema che non si vede.

«Intanto abbiamo decuplicato e portato a 3 milioni di euro le risorse per la promozione della lettura. Poi, come avvenuto per il cinema e lo spettacolo dal vivo, penso a una legge che aiuti l’intera filiera: editori, distributori, esercenti ma anche traduttori e illustratori. Il bonus per i diciottenni ha portato a una spesa di 163 milioni di euro, di cui circa l’80%, in libri. Oltre a un aiuto per i ragazzi si è rivelato essere un contributo indiretto per il sistema dell’editoria».

 

Lei parla rivolgendosi al futuro, ma se poi finite al governo con quelli del centrodestra che tagliavano fondi perché dicevano “con la cultura non si mangia”?

«Confido che al governo andremo solo noi ma in generale mi sento di lanciare un appello per continuare sulla strada delle riforme condivise. Ho registrato con piacere che in questa legislatura così rissosa l’art bonus e la legge sul cinema hanno avuto una maggioranza più ampia di quella di governo».

 

Le tv , compresa la Rai, non hanno però gradito l’obbligo di trasmettere e investire di più su film, cartoon e serie italiane?

«Il modello è quello che ha permesso di risollevare il cinema francese. Il sistema delle quote esisteva già ma non venivano applicate le sanzioni. Era prevedibile che le tv protestassero. Ma adesso dovranno rispettare i nuovi obblighi, soprattutto nel prime time, la fascia oraria più importante. Non se la possono cavare mandando un film italiano alle due di notte».

 

I network si lamentano che solo nel 2019 l’intervento costerebbe loro 1,2 miliardi. Sono convinti di restare meno competitivi a favore di piattaforme tipo Netflix.

«Netflix avrà quote di programmazione e obblighi di investimento come le tv tradizionali. Stiamo lavorando su diverse ipotesi per costringere anche tutte le piattaforme online a valorizzare prodotti italiani, su home page, menu, banner. Sono rimasto allibito nel leggere che avremmo danneggiato la raccolta pubblicitaria o anche che cinema e fiction italiani non sono in grado di reggere la concorrenza. Il tax credit al cinema e l’ obbligo di trasmissione e di investimento servono appunto a migliorare la qualità».

 

Sul lungo periodo, però…

«Abbiamo creato una moratoria per il 2018. Così avranno il tempo di produrre film che possono reggere il prime time».

 

Lei compra su Amazon?

«I libri che non si trovano, sì. Per il resto subisco il fascino delle librerie. Dove i libri si scoprono ancora. Oggi sono andato in quella vicino casa mia e ho comprato un libro sui luoghi di Pasolini che non conoscevo».

 

Dovesse scegliere, farebbe il premier o ancora il ministro della Cultura?

«Il ministro dei Beni culturali, assieme all’assessore alla Cultura di Ferrara è la cosa più bella che ho fatto».

La Stampa

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