++ CRISI:ISTAT;CROLLA A -2,7% PRODUTTIVITA'LAVORO 2007-09 ++Quattro anni di sangue, sudore e lacrime. Quattro anni di politica economica sbagliata. Quattro anni di sacrifici. Non eravamo senza colpe, ma la cura impostaci dall’Europa a trazione tedesca è stata controproducente. Adesso che abbiamo fatto i compiti a casa possiamo ricominciare a far sentire la nostra voce.

Non per tornare al lassismo o alla spesa facile, bensì per riportare l’Europa finalmente su un sentiero di crescita. Il prossimo Consiglio europeo del 27-28 giugno sarà la grande occasione. Per l’Italia, per il governo Letta, per una nuova Europa.

In un intervallo di tempo compreso tra il 2008 e il 2014, in Italia si sono susseguite ben 4 manovre finanziarie per ricondurre i conti pubblici italiani su un sentiero di sostenibilità, a breve e medio termine. Le prime 3 realizzate dal governo Berlusconi, per un importo pari a 265 miliardi di euro. L’ultima, per un importo di 63 miliardi di euro, decisa dal governo Monti. Un record. La più dura cura da cavallo mai somministrata all’economia italiana nel biennio 1992-93, Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio, varò una manovra di 92.000 miliardi di vecchie lire (oltre 45 miliardi di euro). Sembrava il massimo possibile. Oggi è un pallido ricordo. Quello di Amato fu un intervento duro accompagnato da una svalutazione monetaria che ridistribuì il peso del salasso e l’economia reale, attenuando la portata sociale della manovra. Nel triennio successivo il tasso di sviluppo dell’economia italiana fu superiore al 3%.
Sul piano internazionale, se si esclude la Grecia, che non fa testo, nessun Paese ha osato tanto. Nel 2012 il governo olandese doveva varare una manovra pari ad appena 1 punto di Pil (contro i 4 punti in media per anno delle manovre italiane), per rientrare nei parametri di Maastricht. Si scelse invece la strada delle elezioni anticipate. Il risultato fu una completa frammentazione del quadro politico e un governo di grande coalizione, contro riverberi populisti e contro pulsioni antieuropee che non accettò la cura dell’austerity, preferendo invece ricorrere alla deroga di un anno della procedura d’infrazione.
La crisi italiana è ben più grave di quella del 1929, che nella storia contemporanea resta l’archetipo di ogni dramma. Allora (1929-1933) il Pil si ridusse del 5,4%, già oggi la caduta dal 2009 è stata del 7%. In quegli anni la produzione industriale si ridusse del 22,7%, oggi siamo al 25% ed oltre. I consumi calarono del 9%, mentre oggi siamo già oltre la soglia del 10%. Ed infine la disoccupazione. Nel 1933 il tasso massimo di disoccupazione fu pari al 21% della forza lavoro. Nel marzo di quest’anno abbiamo raggiunto un valore pari all’11,5%. Se consideriamo la cassa integrazione e rapportiamo il numero delle ore perdute a quelle totali lavorate, si deve aggiungere un altro 14%. Il totale supera pertanto il 25%. Ma negli anni Trenta circa il 30% della popolazione italiana viveva di agricoltura, un settore meno sensibile alle variazioni del ciclo economico e un grande serbatoio che preservava gran parte del popolo italiano dai morsi della crisi.
Quei 328 miliardi cumulati dal 2008 al 2014 sono quelli che ci consentiranno di chiudere quest’anno il bilancio dello Stato in pareggio. Quei 328 miliardi servivano. Sbagliata è stata invece la manovra del governo Monti: tutta tasse (Imu, Tares eccetera), pochi tagli, zero sviluppo. Sbagliata è stata la riforma delle pensioni, che ha prodotto il guaio tossico degli esodati e che ha finito per costare più dei risparmi prodotti (oltre 10 miliardi di costi a fronte di 13 miliardi di risparmi). Sbagliata è stata la riforma del mercato del lavoro, che è stato reso più rigido sia in entrata che in uscita, con il risultato di un aumento drammatico della disoccupazione. Un overshooting pagato caro in termini di recessione, talmente profonda in Italia e nell’area euro, che ha finito per bloccare la trasmissione della politica monetaria che il presidente della Bce, Mario Draghi, ha cercato di far convergere verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali. La liquidità non si trasforma né in credito a imprese e famiglie né in investimenti né in consumi.
E se il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, definisce «elevatissimo» il livello del debito pubblico in Italia, qualche colpa ce l’ha anche lui. Perché quel debito alto è il frutto della politica economica sbagliata imposta dalla Germania ai paesi dell’Eurozona negli anni della crisi, basata su conti sbagliati, su teorie sbagliate, che la Commissione ha subìto passivamente, senza muovere ciglio.
Del resto, che il percorso imboccato dall’Europa a partire dal 2008-2009 fosse errato ce l’ha dimostrato scientificamente il Fondo monetario internazionale: politiche di compressione della domanda interna in periodi di decrescita economica ha effetti recessivi pari a 3 volte quelli che si verificano in periodi di aumento del Pil. Così come sono stati impietosamente svelati gli errori contenuti nello studio di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhard, due economisti di Harvard, sulla relazione negativa tra debito e crescita, su cui si è basata la politica economica europea negli anni della crisi.
Come se ne esce? Con uno choc immediato. Gli imprenditori devono ritrovare il gusto del rischio, reinvestendo nell’azienda le risorse accumulate in passato. Devono puntare a far crescere la propria attività, aumentando la dimensione del proprio business, ricorrendo anche alle forme più moderne di fusioni e acquisizioni o dell’integrazione produttiva. Il mercato del lavoro deve essere sbloccato. Basta con la difesa delle posizioni di rendita e le grandi fratture che dividono insider ed outsider. Il salario deve essere più strettamente correlato ai sottostanti livelli di produttività ed al differente costo della vita, che caratterizza le diverse parti del territorio italiano. Occorre, poi, avviare una riflessione sul pubblico impiego. I diritti del lavoratore che opera nel pubblico richiedono una protezione maggiore rispetto al lavoratore comune, che è maggioranza? Esiste poi il drammatico problema dell’evasione fiscale, da combattere ricorrendo all’intelligence, piuttosto che a strumenti vessatori.
Infine, l’Europa sarebbe «garantita» con l’adozione di un piano di riduzione permanente della spesa corrente, che comprenda la piena implementazione dei costi standard in sanità, nonché, un piano credibile di attacco al debito pubblico, con relativo risparmio in termini di spesa per interessi. Tutte queste misure possono essere illuminate dalla saggezza della politica. Altrimenti sarà il mercato ad imporle con la necessaria brutalità. È quanto è già avvenuto in Grecia e sta avvenendo in Spagna, il Paese che più somiglia alla realtà italiana.
Questo choc deve essere il punto di partenza. Se saremo in grado di prendere quelle misure, anche il verdetto dell’Europa, di fronte all’ipotesi di un mancato rispetto delle regole di Maastricht, potrà essere, in qualche modo, contrastato. Per far ripartire l’economia riteniamo fondamentale l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa, il blocco dell’aumento dell’Iva, la totale defiscalizzazione e decontribuzione delle nuove assunzioni di giovani, la riforma dei poteri di Equitalia e la sburocratizzazione delle procedure amministrative per avviare attività produttive. Riportare l’Italia su un sentiero di crescita diventa più facile se il sentiment complessivo del mercato diventa più positivo.
Questa è la lezione da trarre dalla sconcertante vicenda dell’Imu. L’averla introdotta, nell’attuale configurazione, ha determinato un forte orientamento negativo delle aspettative del mercato, deprimendo oltre misura il settore dell’edilizia: uno dei pochi volani, oltre le esportazioni, dell’economia. Oggi siamo in condizione di ripartire. Per portare nuovamente l’Italia a creare quella ricchezza che è il presupposto di una società migliore: maggior benessere, più equità e giustizia sociale, certezze per il futuro. Contiamo su un grande sforzo collettivo per raggiungere obiettivi che sono alla portata del nostro popolo.

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