Leopardi, Rossini, il festival di Spoleto, Umbria Jazz e tutto quello che il genio e la cultura italica possono offrire è in questi giorni oggetto di studio per provare a rilanciare il turismo verso le regioni colpite dal terremoto. Tutti gli occhi degli amministratori delle Marche, per esempio, oggi saranno puntati sul Mibact dove si decide la città che sarà capitale della cultura 2018. In gioco ci sono un milione di euro, l’esclusione dal patto di stabilità delle spese sostenute per realizzare il progetto presentato, e una girandola di eventi che promettono di agire da cassa di risonanza per il Comune e le zone vicine. Recanati è fra le candidate con un progetto su Leopardi, il sindaco Francesco Fiordomo ha promesso che in caso di vittoria coinvolgerà l’intera regione negli eventi.  

Non sono tempi semplici per le genti del centro Italia dove metà della popolazione ha paura del terremoto, e l’altra metà è costretta ad aver paura della paura degli altri. I danni strutturali causati dal terremoto in tutto il cratere si aggirano sui 15-20 miliardi di euro secondo le prime stime ma esiste anche un danno indiretto che sta colpendo zone a centinaia di chilometri dall’epicentro, dove i crolli li hanno visti solo in televisione ma pagano il prezzo di appartenere alla stessa regione dei paesi distrutti dal sisma.

 

«Secondo le prime stime il danno indiretto non sarà inferiore al 15-20 per cento, quindi sui 3 miliardi di euro», ha spiegato Claudio Ricci, sindaco di Assisi e consigliere regionale dell’Umbria, quando la settimana scorsa la Regione si è riunita per valutare la situazione. Il rischio è di avere una parte di territorio messa in ginocchio dalle scosse che oltretutto non sembrano fermarsi e il resto altrettanto in crisi per l’onda negativa del terremoto altrui.

 

Prendiamo Recanati, ad esempio. In paese la terra trema ma senza gli effetti devastanti di altre località. Eppure di turisti ne sono arrivati davvero pochi negli ultimi tempi. «Dopo la scossa del 30 ottobre il movimento si è fermato – spiega il sindaco Francesco Fiordomo – A casa Leopardi la flessione è del 20% ma quello che più ci preoccupa è sapere che non ci sono le prenotazioni di scolaresche che ogni anno arrivavano per i viaggi di istruzione».

 

Lo stesso accade a Pesaro. Anche qui senza alcun motivo, sottolinea il sindaco Matteo Ricci: «In città non abbiamo registrato danni ma turisti se ne sono visti pochi. Il Natale è diventato il momento in cui abbiamo tanti visitatori al mercatino. Quest’anno abbiamo provato ad arginare i danni ma il calo c’è stato comunque». Il 20% in meno secondo la Confcommercio, nonostante gli appelli in tv di Vittorio Sgarbi e del sindaco.

 

Niente da fare anche a Macerata. Francesco Fucili, presidente della Coldiretti locale: «Nella nostra provincia sono state annullate tutte le prenotazioni fino a Pasqua. Gli agriturismi operativi lavorano con il turismo locale oppure con i volontari. È venuto totalmente meno invece il flusso di turisti esterni, quelli che arrivavano da altre regioni oppure dall’estero».

 

Anche più pesante il bilancio dell’Umbria. Albano Agabiti, presidente della Coldiretti della regione: «Registriamo cali anche del 50% nei territori dove non c’è stato il sisma. Sono zone lontane fino a 150 chilometri dall’epicentro, dove le scosse si sentono anche meno che a Roma, eppure i turisti sono scomparsi. È il caso di tutte le zone a ovest di Perugia, compreso il capoluogo, dall’Orvietano al lago Trasimeno».

 

Soluzioni? L’Umbria punta sui suoi appuntamenti più noti, dal festival di Spoleto a Umbria Jazz. Ieri il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha promesso finanziamenti straordinari «perché c’è un collegamento territoriale con le aree colpite dal terremoto» . Le Marche si sono affidate agli spot in tv con testimonial come Vittorio Sgarbi o Neri Marcorè, entrambi legati alla regione. E sperano in Recanati capitale della Cultura. Ma i sindaci come Ricci o Fiordomo chiedono aiuto direttamente ai turisti: «Se volete davvero aiutare la nostra zona, il modo migliore è prenotare una vacanza da noi».

La Stampa

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