euro-grandeBERLINO Scordatevi la “golden rule”, l’idea tanto cara a Mario Monti di “scorporare” dal computo del deficit i cosiddetti investimenti produttivi. Il deficit va conteggiato per intero, a prescindere dal “tipo” di spese e investimenti. Siamo nei giorni chiave del “Semestre europeo”, quando la Commissione si appresta a esaminare i documenti di economia e finanza degli Stati membri dell’eurozona (da consegnare a Bruxelles tassativamente entro il 30 aprile) e i relativi piani nazionali di riforma, mentre Eurostat – proprio oggi – pubblica i dati 2012 sui deficit dei vari paesi dell’Unione.

Per la cronaca, l’Italia lo scorso anno era giusto giusto al 3% del Pil, esattamente alla fatidica soglia di Maastricht. E il tutto mentre si attende, con ansia, se davvero – lo sapremo il 29 maggio – la Commissione Europea chiuderà la procedura per deficit eccessivo aperta nel 2009 nei confronti dell’Italia. Ebbene, cade a fagiolo, un documento della Bce, intitolato «La qualità della spesa pubblica nell’Ue» (datato dicembre 2012, ma curiosamente finora quasi ignorato).

Un testo in cui la bocciatura della golden rule è netta come più non potrebbe essere. La parola chiave è – come spesso si sente nell’Ue, ma anche dai paesi rigoristi del Nord, Germania in testa – «azzardo morale». «Uno scorporo – recita il rapporto – non è contemplato (dal patto di stabilità e crescita, ndr) perché invita a cercare di metter mano alle regole». Soprattutto, «certe eccezioni possono spingere a un azzardo morale, ad esempio riclassificando alcuni particolari capitoli di spesa corrente come spese di capitale per ridurre le cifre rilevanti del deficit».

Tradotto: se passa il principio che alcune spese non vengono più conteggiate nel computo del deficit, i governi potrebbero cercare trucchi e trucchetti per far passare come «investimenti produttivi» quello che invece sono pure spese correnti. Un argomento che piace moltissimo dalle parti di Berlino e Helsinki.

Al di là dell’azzardo morale, dietro la “bocciatura” della Bce per la golden rule ci sono argomentazioni più prettamente economiche. Ad esempio, la difficoltà di prevedere la “remunerazione” di un determinato investimento. Remunerazione che «dipende moltissimo dal progetto specifico», sottolinea il documento. E già, spiega la Bce, perché se «il governo attua un investimento con un ritorno zero, abbiamo già oggi la spesa, e i soldi presi in prestito oggi devono essere finanziati con tasse e riduzioni delle spese di domani». Questo vale soprattutto per «progetti che non sono remunerativi ma sono attuati per perseguire una politica di bilancio anti-ciclica o per servire interessi specifici», per i quali in generale «i proventi generati non coprono i costi per il bilancio dello Stato e hanno un impatto negativo sulla sostenibilità generale dei conti pubblici».

Pertanto, spiega ancora il rapporto, «sono soprattutto le generazioni future ad avere interesse che la generazione attuale investa in progetti con un elevato ritorno». È proprio la base delle regole del Patto di Stabilità: «l’interesse delle generazioni attuali – ragiona ancora l’Eurotower – può essere quello di prendere prestiti a spese delle generazioni future, non essendo molto esigenti per quanto riguarda i ritorni dei progetti di investimento. Il fatto che il Patto di stabilità non preveda alcuno scorporo (dal computo del deficit ndr) è dunque una misura di precauzione contro l’azzardo morale». Sta semmai ai governi, non all’Ue, «dare priorità alle diverse categorie di bilancio».

Il messaggio della Bce, insomma, è chiaro. Il punto, semmai, è un altro: non scorporare gli investimenti dal computo del deficit (in termini matematici), ma, per chi è fuori procedura, valutare quelle spese «diversamente». Lo prevede il nuovo Patto di stabilità riformato dalla nuova governance Ue, aprendo così margini molto più ampi per la cosiddetta «disciplina di bilancio favorevole alla crescita». Margini ribaditi peraltro con forza dai leader Ue al summit dello scorso marzo. La partita per l’Italia è qui: se il 29 maggio la Commissione, come preannunciato da Rehn, uscirà davvero dalla procedura per deficit eccessivo, rientrerà nel cosiddetto «braccio preventivo» del patto di stabilità riformato.

E qui potrebbe scattare la «diversa» valutazione di spese utili per il rilancio economico, a cominciare dai famosi rimborsi alle imprese dei debiti della pubblica amministrazione. Diversa valutazione vuol dire che se, per via di queste spese utili a ridar fiato all’economia, ci si discosta un po’ dagli obiettivi di deficit, la Commissione potrebbe chiudere un occhio, autorizzata in questo dalle nuove regole. Prima, però, bisogna esserne fuori, per questo Bruxelles avverte l’Italia: almeno fino al 29 maggio, attenti a quello che fate. Poi, tutto è possibile.

L’Inkiesta

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