non mi avrete maiROMA – “Sono stato un delinquente, ho spacciato, fatto furti, rapine: ma sono sempre stato un indipendente, una vera e propria affiliazione alla camorra non l’ho mai voluta avere. Perché si può uscire dalla criminalità, si può uscire dalla droga, ma non si può uscire dalla camorra. Se sei camorrista muori fra i 30 e i 40 anni: io invece di anni ne ho 45. E  già per questo sono un sopravvissuto”. Capelli grigi, mascella decisa, volto tosto, voce con spiccato accento partenopeo insieme dura e gentile, Gaetano di Vaio racconta così – in un videoreportage realizzato in esclusiva per Repubblica.it – la sua prima vita: quella di maxi-pusher nell’inferno di Scampia, bravo ragazzo nel senso scorsesiano del termine, capace di controllare lo smistamento e lo smercio di cinque-seimila dosi al giorno. Nella più grande piazza di vendita di stupefacenti d’Europa, simbolo universale del potere dei clan.

“COSI’ VIVEVO DI DROGA”: IL VIDEOREPORTAGE ESCLUSIVO

Ma poi – dopo un percorso fatto di carcere, comunità di recupero, latitanza – Gaetano si è liberato dalle sue pendenze penali, ha voltato pagina e ha cominciato la seconda fase, quella attuale, della sua esistenza. Diventando produttore cinematografico, con l’associazione Figli del Bronx: tra le pellicole uscite dalla  sua scuderia ci sono il docufilm Il loro Natale,Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara (presentato alla Mostra di Venezia), e LA-BAS, emozionante che sempre al Festival della Laguna ha vinto, nel 2011, il premio come migliore opera prima. Ed è proprio col regista di quest’ultimo film, Guido Lombardi, che Di Vaio ha scritto un libro (appena pubblicato da Einaudi Stile Libero) in cui racconta la sua avventura umana, il suo autentico romanzo criminale.

Il titolo è già un programma, Non mi avrete mai, ed è una storia forte come il suo protagonista, a suo modo unica nel panorama letterario. Non solo per temi veri che tratta, personali e insieme capace di descrivere in presa diretta un grande male italiano; ma anche per la lingua utilizzata nei tanti dialoghi sparsi nelle 344 pagine del libro. Un dialetto molto colloquiale, comunque comprensibile da chi non è napoletano. E poi ci sono i tanti personaggi che incontriamo, andando avanti nella lettura: dai detenuti a cui il protagonista fa da scrivano in carcere al carabiniere che in cambio di due dosi al giorno lo avverte di eventuali blitz, e dei giorni a rischio cattura in cui è meglio non uscire a spacciare.

Ma non basta. Perché, in occasione dell’uscita del volume, i due autori hanno accettato di realizzare, davanti e dietro la macchina da presa, un videoreportage in esclusiva per Repubblica.it. Cinque minuti e mezzo di docu-cinema, in cui Di Vaio racconta ai nostri lettori alcuni momenti clou della sua vita. Mostrandoci le location autentiche in cui quei fatti si sono svolti. A partire da Scampia, dove Gaetano ci mostra il punto preciso in cui sovrintenteva alla vendita delle dosi a partire dalla fine degli anni Sessanta. “Materialmente non ho mai spacciato, lo facevano i ragazzi per me, io la droga la andavo a comprare e la preparavo”, dice davanti alla telecamera. Mentre nel libro spiega: “Qui ho rapinato, rubato, spacciato. Qui ho visto nascere la più grande piazza di droga d’Europa. Qui è nato mio figlio, che ora ha sei anni e mezzo. Qui sono nati i miei amici”.

Non solo Scampia, però: nel video realizzato per noi vediamo anche il casale di Villa Literno di proprietà del fratello, dove è stato nascosto da latitante. E l’ingresso del carcere di Poggioreale dove è stato l’ultima volta nel ’97. Un luogo che lui, nel filmato, definisce “Una vera e propria scuola, un moltiplicatore di criminalità là dentro, nella cella, dalla mattina alla sera si parla solo di crimini, e di come farli”.

Tutti luoghi, e temi, che il volume ovviamente approfondisce. Raccontandoci un’umanità brulicante, quasi sempre disperata, fatta di criminali e camorristi ma anche di immigrati. E insieme a tanta vita, nelle pagine di questa particolarissima biografia aleggia anche, e in maniera pesante, il suo opposto. La morte. Fatti di violenza, omicidi.  “Cose che succedevano sempre e comunque – si legge in un passaggio – anche se non c’era guerra tra i clan. A volte sgarri anche piccoli bastavano a provocare la punizione del Sistema. Secondo quella giustizia antica e animale che regna sempre nelle zone nostre”. E a cui lui, ex ragazzo balordo di periferia, a un certo punto ha detto no: “Non voglio sparare, non voglio picchiare, non voglio uccidere. Non voglio morire”. E ci è riuscito: diventando un Sopravvissuto, con la S maiuscola, come confessa davanti alla telecamera.

Repubblica.it

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