soldi5ROMA – Tra Imu e processi ci siamo quasi dimenticati dell’Iva e del suo prossimo aumento. Aumento che scatta dal primo di ottobre, a quella data scade infatti il rinvio di tre mesi dell’aumento varato dal governo e al primo di ottobre l’aliquota massima dell’imposta sul valore aggiunto passerà dall’attuale 21 al 22%. Aumento che era stato rinviato prima dell’estate, come nel caso dell’imposta sugli immobili (Imu), e che ora torna d’attualità. Fondi per un nuovo rinvio non sembrano essercene, anche perché tutte le risorse disponibili andranno verosimilmente destinate, visto il pressing del Pdl, all’Imu. Una nuova brutta notizia per i consumatori italiani quindi, anche se a ben guardare l’aumento dell’Iva colpirebbe principalmente i più ricchi, compresi quelli che non dichiarano di esserlo.

Con la difficile situazione economica in cui ancora si trova il nostro Paese, e con il Pdl che invoca e pretende l’abolizione tout court della tassa sulla prima casa, soldi per un nuovo rinvio dell’aumento della più alta delle aliquote Iva difficilmente si troveranno. E proprio all’indomani dei primi, timidi, segnali di ripresa, un aumento delle tasse sui consumi fa temere che possano questi essere vanificati. Ecco perché il governo sta studiando come poter rendere l’aumento più leggero. Non nel senso di ridurlo rispetto al punto percentuale previsto, ma nel senso di dirottare alcuni beni oggi rientranti nella terza aliquota Iva, la più alta, verso l’aliquota intermedia del 10%. Impossibile allargare le fila dei beni rientrati nella prima aliquota, al 4%, già al di sotto del minimo europeo e anche per questo “bloccata”, cioè impossibilitata ad essere estesa a beni che già oggi non beneficino di questa posizione.

Dopo una primavera di rinvii e arrivata dunque l’ora dei conti, Imu in primis e Iva a seguire. Se però la questione della tassa sulla prima casa si lega a doppio filo con le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto potrebbe rivelarsi meno drammatica e dolorosa di quel che si pensa. O almeno meno iniqua di come la si presenta. Uno schema pubblicato su Repubblica illustra infatti come l’aumento dell’aliquota più alta andrebbe a colpire innanzitutto i redditi più alti, anzi, coloro che hanno più denaro da spendere, compresi quelli che dichiarano fraudolentemente redditi bassi. Lo schema e i relativi dati sono nella Indagine sui consumi delle famiglie elaborata su dati Istat.

Dividendo infatti la popolazione italiana in cinque fasce di reddito, risulta che la prima fascia, la più povera, destina il 26.6% della sua spesa a beni rientrati nell’aliquota Iva oggi del 21% mentre la quinta fascia, la più ricca, indirizza verso questi beni ben il 39.4% della sua spesa. Cioè i più ricchi spendono una fetta maggiore delle loro risorse in beni con Iva alta e quindi un aumento dell’aliquota alta li penalizzerebbe maggiormente rispetto alle fasce meno abbienti.

Scendendo nel dettaglio la spesa della fascia più povera rispetto all’Iva è così redistribuita: 12.3% a beni rientranti nell’aliquota del 4%, 25.9% a quelli tassati al 10% e, come detto, il restante 26.6% verso l’aliquota più alta. La seconda fascia: 10.8 per beni al 4%, 24.4 per l’aliquota “media” e 29.9 per la terza aliquota. La terza fascia: 9.8 per la prima aliquota, 24.5 per beni tassati al 10% e 31.3 per l’ultima. La quarta fascia: 9.0 sulla prima, 24.6 sulla seconda e 39.9 sulla terza aliquota. La quinta e più ricca fascia infine destina la sua spesa solo per il 6.7% verso i beni con Iva al 4%, 25.2 verso beni rientranti nella seconda aliquota e il 39.4 verso beni con aliquota al 21% e passibile di aumento.

A fronte di queste cifre risulta quindi evidente che l’aumento di un punto della terza fascia Iva sarebbe una misura che colpirebbe certo i consumi, con tutte le preoccupazioni che ne discendono in termini di ripresa, ma sarebbe anche una misura che si può serenamente definire socialmente equa. Sarebbe cioè una tassa assolutamente progressiva gravando in misura maggiore sui redditi più alti e, per di più, andando a “colpire” anche chi normalmente le tasse non le paga o almeno non tutte. Pesando sui consumi infatti, e non sui redditi, l’Iva più alta la paga chi più consuma, e non solo chi più guadagna.

Che c’è nell’aliquota al quattro per cento, quella che paga di meno? Latte, frutta, ortaggi, pane, pasta, giornali, case non di lusso, apparecchi per disabili…E in quella al 10%? Carne, pesce, uova, miele, riso, luce, gas, l’intero comparto edilizio, medicinali, alberghi ristoranti…E in quella oggi al 21% che sta per passare al 22% Vino, birra, abbigliamento, calzature, elettrodomestici, mobili, automobili, radio, televisori, computer, piante e fiori, gioielleria, prodotti per la cura personale e soprattutto onorari per professionisti e artigiani, dal medico all’idraulico.

BlitzQuotidiano

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