JovanottiRenzi-300x199ROMA – “Quando una classe politica, come quella italiana, è priva di «visions» (un termine inglese che si dovrebbe propriamente tradurre con intuizioni, progetti) il Paese ricorre a ciò che ha: artisti, poeti, cantautori”, è l’amara constatazione di Mario Deaglio, economista e giornalista, sulla Stampa.

Non c’è da stupirsi, quindi, se il cantautore Jovanotti

“abbia detto cose che i politici non sanno più dire”,

come

“Basta conservare, è ora di reinventarsi”,

Deaglio elabora:

“Jovanotti dice che la crescita, bestia nera degli ecologisti e di molta sinistra, è in realtà «bellissima». Anche se crea forti squilibri di reddito e fa sorgere le baraccopoli fianco a fianco dei quartieri ricchi, la crescita è preferibile alla conservazione così com’è che è poi un modo per perpetuare la povertà. E «la povertà è sempre povertà di visione»”.

Questa povertà di visione, constata amaramente Deaglio,

“si è tradotta in vent’anni di stagnazione. Proviamo a sognare, in maniera seria, ciascuno con le sue competenze professionali, non per evadere dalla realtà ma per capire se, e come, è possibile trasformare i sogni in realtà. Per un economista la sfida di Jovanotti è quella di mettere dei numeri nei sogni. Ebbene, la «crescita bellissima» di Jovanotti si può tradurre in misure: una crescita dell’1 per cento all’anno non ha nulla di «bellissimo», una crescita del 5 per cento sarebbe irrealizzabile. La «crescita bellissima» di Jovanotti corrisponde a un incremento medio annuo del prodotto lordo (il famigerato pil) nell’ordine del 2,5-3 per cento su un periodo lungo. Tale crescita deve essere costante, non disumanizzante, non particolarmente consumistica”.

“Con una crescita al tre per cento c’è spazio sia per un aumento della produttività in linea con quello medio dei Paesi avanzati, pari al 2 per cento l’anno (è di ieri la notizia dell’ennesimo tonfo dell’Italia nella classifica mondiale della competitività) sia per un aumento dell’occupazione dell’1 per cento l’anno. Questo significherebbe creare ogni anno circa 250 mila posti di lavoro «buoni», ossia moderni e non clientelari. Dieci anni di questa crescita ridurrebbero a livelli fisiologici la disoccupazione italiana.

In quest’Italia «immaginaria» le entrate dello Stato e delle altre amministrazioni pubbliche crescerebbero all’incirca del 3 per cento l’anno, una crescita derivante dall’aumento dell’imponibile e quindi a pressione fiscale invariata. Ci sarebbe posto per una crescita della spesa corrente nell’ordine dell’1 per cento l’anno (farla diminuire drasticamente, come molti vorrebbero, creerebbe forti disservizi) mentre gli altri due punti percentuali di entrate pubbliche, circa 15 miliardi l’anno, potrebbero per metà essere restituiti agli italiani con la riduzione del carico fiscale mentre l’altra metà potrebbe essere utilizzata per investimenti pubblici non più rinviabili, specie per quanto riguarda le infrastrutture del territorio e dell’energia”.

Non si tratta, avverte Mario Deaglio, di “una fantasia estiva:

“Si tratta di un abbozzo, necessariamente limitato dalle dimensioni di un articolo di un quotidiano, di quello che potrebbe essere la risposta economica alle richieste di Jovanotti e di un numero grande e crescente di italiani”.

Mario Deaglio ricorda che l’economia italiana

“fino a 20-25 anni fa cresceva con questi ritmi e che quindi non è irrealistico pensare che ritorni a farlo; in secondo luogo, ci vorranno comunque alcuni anni per passare dal -1,8 per cento del 2013, secondo l’ultima stima dell’Ocse, alla «velocità di crociera» del 2,5-3 per cento”.

Quattro sono i requisiti per questa crescita:

1. “La domanda estera deve tenere, il che significa che non ci devono essere guerre a rallentare le nostre esportazioni, quasi tutte pacifiche;

2. “il recupero della produttività deve partire dalla riduzione dei vincoli che ingabbiano il Paese (procedure pubbliche assurde, corporazioni professionali mortificanti);

3. “si deve ugualmente cominciare a restituire, sotto forma di sgravi fiscali, preferibilmente mirati, una parte del miglioramento del bilancio pubblico, il che richiede un consenso europeo.

4. “è indispensabile che ripartano gli investimenti produttivi per irrobustire una struttura industriale indebolita dalla crisi”.

 

BlitzQuotidiano

Lascia un commento

Name and email are required. Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.