bctIl fatto che TERNI sia entrata con altre nove città nella fase finale della competizione per il titolo di “capitale italiana della cultura” per il 2017 ha suscitato non poche polemiche. Non credo che queste corrispondano al comune interesse, per almeno tre ordini di ragioni. In primo luogo, quelle polemiche esprimono un forte scetticismo nei confronti della amministrazione comunale ed il sospetto che con un eventuale successo si possano occultare almeno 30 anni di fallimenti e di danni gravi provocati dal Comune (anche) alla cultura cittadina. Del resto basta evocare pochi nomi (“Conferenza Cittadina sulla Cultura”” – metà anni ’80 -, “università”, “centro multimediale”, “studi cinematografici di Papigno”) per avere un’idea della impressionante mole di denaro pubblico sprecato, degli obiettivi puntualmente mancati, dei danni e delle pesanti distorsioni prodotti dalle politiche culturali del Comune. Danni uniti ad una costante vuota arroganza ed al vantanggio di pochi. Oggi Terni è culturalmente meno vivace di trenta anni fa e questo è un “merito” che Comune (e Regione) possono rivendicare quanto nessun altro. Tuttavia, sono proprio le enormi dimensioni di questo fallimento che rendono ricola l’idea che un eventuale (ed auspicabile) successo a settembre possa fungere da colpo di spunga. Troppo avrebbero da lavorare e da vincere gli amministratori e le maggioranze di centro-sinistra per riparare davvero. Semmai, una eventuale (ed auspicabile) vittoria equivarrebbe alla restituzione alla città di una piccolissima parte di quanto è stato tolto o disperso. Certamente è forte il rischio che, come in passato, degli eventuali benefici di un successo godano solo “i soliti”. Occorrerà vigilare ancora più, ma si tratta un rischio che conviene correre. In secondo luogo, le critiche alla iniziativa della amministrazione comunale lasciano trasparire una idea molto povera di cultura. Si dice: “Come può Terni, senza monumeti di rilievo nazionale, senza istruzione e ricerca universitaria, con un modesto patrimonio museale, con servizi culturali ridotti al lumicino, competere per il titolo di “capitale della cultura” di una paese come l’Italia?” L’argomento è più fragile di quanto appare a prima vista. Se la cultura la facessero solo i monumenti, come spiegare lo stato in cui oggi si trova Roma? (New York o Londra hanno forse più monumenti di Roma, eppure ormai da secoli mostrano una vivacità culturale che Roma, purtroppo, ormai non vede più neppure con il binocolo?) Se la cultura la facessero solo le università, come spiegare la situazione in cui si trova Atene? (Boston, Cambridge od Oxford erano abitati da pescatori e da nomadi “barbari” quando ad Atene fiorivano le università.) Monumenti ed università esprimono e poi incrementano cultura, non la creano dal nulla. Al contrario, la cultura si manifesta (forse prima di tutto) nella capacità di leggere la realtà (povera o ricca che sia!) e di vedervi anche le potenzialità inespresse, quelle che senza cultura non si colgono perdendo con esse il futuro. Non per caso, la cultura ha sempre, sempre, legami molto stretti con scienza, religione, fede ed etica (dimensioni e realtà che le politiche culturali delle amministrazioni ternane hanno sempre meticolosamente negato e bandito, con l’esito che ben conosciamo e stiamo pagando). In un dato momento, non all’infinito però, si può essere poveri di monumenti e ricchi di cultura. Ecco perché la creatività è così importante, quella vera, ovviamente: quella che ha radici nella tradizione, nella disciplina, nella fede, nella scienza e nel sapere critico, nella religione e nell’etica. La creatività non è diversivo: infantile, ripetitivo, banale e complice, bensì è libertà e responsabilità, critica e coraggio. Dunque, non perché povera di monumenti e depredata di servizi Terni non può essere “capitale della cultura”. Infine, lo scetticismo e la polemica contro questa scommessa nascondono un altro limite. Implicitamente esprimono l’attesa che la cultura possa venire solo dall’alto, da chi comanda in politica. Si dice: “Ma cosa mai ci si può aspettare da questa amministrazione e da questa maggioranza comunale che nella sua parte più larga è spesso anche biograficamente in continuità con quelle degli ultimi trenta anni?” Per fortuna, invece, la cultura può essere danneggiata dalla politica, ma non prodotta. Se cultura è capacità di leggere nel presente anche le possibilità, e non solo i dati già evidenti, la cultura è innanzitutto quella che fanno le famiglie quando educano, le scuole che istruiscono, le associazioni libere che provano a costruire, le imprese che innovano (non molte, purtroppo), le comunità religiose che allargano gli orizzonti. In realtà, le amministrazioni ternane degli ultimi trenta anni sono state le grandi assenti se non le grandi nemiche della cultura a Terni. Dalla attuale amministrazione comunale non ci si deve attendere un orientamento ed una guida (Dio ce ne scampi!), ma la notizia se, finalmente, si vuole unire a chi tenta ancora la speranza di un futuro per la città, e se, finalmente, intende fare la sua parte piccola, ma importante. Per questa ragione, aver accettato la sfida di partecipare alla selezione per la “capitale della cultura” è stato da parte della amministrazione non solo un segnale positivo, ma ancor prima un atto dovuto. Insomma, a me pare ragionevole sostenere questo tentativo, augurargli il successo, ed insieme predisporsi a riflettere pubblicamente sul prodotto con il quale la amministrazione comunale andrà alla fase finale.

Corriere dell’ Umbria
art. Luca Diotallevi

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