biomasseBiogas e biomasse sì ma seguendo un piano ben pensato e rispettoso dell’ambiente. Legambiente Umbria torna a manifestare la propria riserva sugli impianti energetici alternativi attaccando a spada tratta la Regione e i comitati, colpevoli la prima di non pianificare la realizzazione degli impianti e i secondi di opporsi “anche ai progetti ben fatti, paragonando il biogas e le biomasse ad impianti di morte, e mettendoli sullo stesso piano di discariche e inceneritori”. L’ente, secondo Legambiente, “non si assume responsabilità, delegando, di fatto, la pianificazione della produzione energetica da fonti rinnovabili a chi vuole realizzare e gestire gli impianti perseguendo spesso soltanto il proprio tornaconto immediato”.

Nuova strategia energetica regionale 
Da qui l’urgenza di una “nuova strategia energetica regionale” che ridisegni “un modello energetico il più possibile distribuito e integrato nei territori e accettato dai territori”. Un piano, precisa l’associazione umbra, “che affronti parallelamente alla regolazione dei nuovi impianti da fonti rinnovabili e pulite il tema della chiusura degli impianti obsoleti e inquinanti da fonti fossili, sempre più pericolosi per la salute dei cittadini e dell’ambiente come è, ad esempio, la centrale a carbone di Gualdo Cattaneo e per chiudere, magari grazie al teleriscaldamento, anche le tante caldaie e caldaiette, anch’esse vecchie ed inquinanti, ancora presenti nelle nostre case, magari favorendo allo stesso tempo la ristrutturazione edilizia per l’efficienza energetica e antisismica”. Non pianificare significa per Legambiente “alimentare la diffidenza e l’ostilità dei cittadini e favorire, di fatto, le potenti lobby del petrolio e del carbone, e ritardare o addirittura bloccare lo sviluppo di un modello energetico più sostenibile e democratico”.

Tre parole d’ordine Tre le fasi individuate da Legambiente necessarie per la creazione di impianti a biogas e biomasse in una regione come l’Umbria. Fasi che, secondo l’associazioni, non sempre sono state rispettate. Innanzitutto si sarebbe dovuto “valutare il potenziale energetico del nostro territorio sulla base di un censimento delle biomasse (agricole, forestali, agroindustriali, urbane, ecc.) disponibili localmente”. Come seconda cosa “si sarebbe dovuto e si devono definire i criteri igienici e ambientali, la potenza energetica globale, la tipologia e l’eventuale dislocazione territoriale degli impianti”. E per utimo, ma non per importanza, “occorreva e occorre coinvolgere i cittadini in veri processi di partecipazione, che aiutino a capire meglio i possibili effetti, positivi e/o negativi, della eventuale localizzazione di impianti; e trovare la forma e il modo per far partecipare i cittadini alla decisione finale, magari con forme più dirette di democrazia”.

Corriere dell’ Umbria

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