egitto-aereo-ansa2-300x177Scrittrice e già collaboratrice di Affaritaliani, Valeria Luzi racconta la sua vacanza in Egitto, proprio nei giorni del coprifuoco. Come un Paese si trasforma nel giro di pochi anni e come i turisti vivono la fuga precipitosa da una nazione in fiamme con i villaggi vacanze che, dalla sera al mattino, si trasformano in veri deserti. La disavventura di un italiano in partenza con la febbre. 
Martedì, 20 agosto 2013 – 10:59:00

Sabato 17 agosto ore 23,05.
Le ruote del nostro aereo charter proveniente da Sharm El Sheik toccano il suolo della capitale e un applauso liberatorio si sprigiona tra i passeggeri. Dopo giorni di terrore finalmente a Roma, finalmente a casa!
Ma ripercorriamo insieme gli eventi della settimana precedente.
Venerdì 9 agosto ore 13,00.
Insieme ad altri cinque amici esco felice dall’agenzia di viaggi con in mano la certezza di una settimana di vacanza in Mar Rosso. Ovviamente siamo informati sulla situazione di tensione a Il Cairo, ma sia il tour operator che conoscenti che vivono a Sharm ci tranquillizzano che non c’è nessun pericolo essendo a oltre mille chilometri dalla capitale egiziana. La loro unica raccomandazione è di non fare escursioni all’interno della penisola del Sinai, per il resto si prospetta una settimana all’insegna del sole, del mare e del relax.
Ormai è la mia quinta volta in Egitto e so benissimo che è la barriera corallina del Mar Rosso è davvero uno spettacolo che vale la pena di vedere, anche al costo di correre qualche piccolo rischio controllato.
La partenza è tra poche ore, quindi corro a casa a preparare le valigie.

Sabato 10 agosto ore 6,00.
Il nostro piccolo aereo charter parte puntuale alla volta di Sharm El Sheik e dopo tre ore e mezza di volo tranquillo atterriamo in terra egiziana.

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Ancora insonnoliti prendiamo possesso delle nostre camere in un resort sul mare e ci fiondiamo prima in piscina e poi in spiaggia. La struttura è piena di turisti italiani, ma anche russi, inglesi e egiziani; nuovi ospiti continuano ad arrivare alla spicciolata per tutto il giorno. Dopo cena usciamo a fare due passi tra la miriade di negozi e bancarelle per strada. La folla è talmente tanto fitta che quasi non si riesce a passare per comprare qualcosa. Tutto sembra così cambiato dalla mia ultima vacanza solo pochi anni prima, tutto è molto più moderno, dalle varie mercanzie alle macchine dei taxi e soprattutto gli egiziani stessi. Tutti vestiti all’ultima moda e con il cellulare in mano. Sembra esserci stata una vera e propria rivoluzione o forse solo una naturale evoluzione.

Mercoledì 14 agosto ore 18,30.
I primi giorni di vacanza sono trascorsi tranquilli tra le lunghe giornate in spiaggia e le serate al ristorante o in discoteca, ma quando oggi entro nella camera affianco alla mia dove alloggia una coppia di amici, li trovo incollati al televisore a guardare Rai Tg24. Subito capisco che deve essere accaduto qualcosa di grave, si parla di un numero imprecisato di vittime a Il Cairo e l’inviata dice che è stato introdotto il coprifuoco dalle 19 alle 8 del mattino.
Tutti e sei ci guardiamo increduli che la situazione possa essere davvero così grave come sembra. Nel nostro hotel la vita sembra proseguire sempre uguale tra spettacoli e giochi aperitivo, come è possibile che fuori tutto stia precipitando a tale velocità?
“Sicuramente stanno esagerando”, è la risposta che serpeggia tra i miei amici, ma quando ci viene comunicato che tutte le escursioni esterne sono state cancellate e che gli ospiti sono fortemente invitati a non uscire dal villaggio, allora abbiamo la certezza che sta accadendo proprio quello che temevamo di più.
Ancora non credo alle mie orecchie, quindi esco di corsa dal resort per vedere con i miei occhi cosa sta succedendo fuori e lo spettacolo è paralizzante. Tutte quelle decine e decine di negozi, bancarelle e ristoranti sono chiusi e la folla di turisti è sparita. Inizio a contare le ore che ci separano dal nostro rientro a Roma.

Giovedì 15 agosto.
Uno dei ferragosto più indimenticabili della mia vita. Tutto il giorno chiusa in camera con la febbre a 38,5 e dissenteria acuta, mi rifiuto categoricamente di vedere il telegiornale, anche se dall’Italia mi arrivano vari messaggi di parenti e amici preoccupati che chiedono notizie. Cerco di tranquillizzare tutti dicendo che dove siamo noi non c’è pericolo e che comunque pur volendo non possiamo proprio ad uscire dal villaggio. Spengo il cellulare e mi butto a capofitto nella lettura dell’ennesimo libro. Almeno così forse riuscirò a non pensare alla situazione in cui mi sono cacciata. Forse.

Venerdì 16 ore 18,00.
Per fortuna sto molto meglio e riesco a raggiungere insieme agli altri amici la reception per controllare la bacheca dove sono affissi i fogli che confermano i nostri voli di rientro. Sembra che quasi tutti gli ospiti dell’hotel abbiano avuto la nostra stessa idea e a stento riesco a farmi largo.  Volo confermato per l’indomani alle 19,20. Davvero sollevati ci rechiamo a cena dove ci raggiunge anche un animatore italiano. Ha il viso teso invece del classico sorriso e si siede al nostro tavolo con aria sospettosa: “Ragazzi non dite niente a nessuno, ma entro mercoledì rientriamo anche noi animatori. Sono già due giorni che hanno bloccato i voli in arrivo quindi il villaggio chiude”, e sprofonda sulla sedia avvilito. Per noi è finita la vacanza, ma per lui è finito il lavoro.

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La scrittrice Valeria Luzi

A me ed ai miei amici passa anche quella poca fame che avevamo. Guardo l’orologio ansiosa. Domani a questíora saremo già in volo e tutto questo sarà solo un brutto ricordo.

Sabato 17 agosto ore 11,30.
Le mie valigie sono pronte già da un pezzo quando vado a chiamare gli altri amici per fare il check out alla reception. Ma è proprio vero che i problemi non finiscono mai. Trovo un mio amico febbricitante sotto le coperte in preda al panico. Scotta come un termosifone e quando gli sfilo il termometro, rimango allibita. Quasi 40 di febbre. Lui si contorce in preda a fortissimi dolori addominali e delirando mi dice: “Io rimango qui… Non ce la faccio a partire”.  Resto qualche secondo a fissarlo con il sottofondo dell’ennesimo telegiornale disperato in diretta da Il Cairo.
”Anche a costo di portarti in braccio fino a quell’aereo, tornerai anche tu in Italia con noi”, ordino perentoria.
Lo faccio imbottire di varie medicine e nel frattempo prepariamo la sua valigia. La febbre scende fino a 39, ma inizia il via vai con il bagno ogni cinque minuti. Come faremo a farlo arrivare in aeroporto?
Alle 16,30 lasciamo il villaggio su un pullman, il mio amico malato soffre in silenzio con una busta di carta aperta davanti alla bocca pronta per ogni evenienza. Nel frattempo la guida egiziana ci illustra al microfono la procedura per il rientro. Si capisce che è un discorso imparato a memoria che ripete chissà quante volte al giorno ogni volta che un gruppo di turisti riparte dal suo paese. Quando arriva alle parole, “Alla prossima…”, si blocca con un groppo in gola e guarda fuori dal finestrino disperato. Con la guerra civile alle porte chissà quando ci sarà una prossima volta e soprattutto se ci sarà.
Siamo in aeroporto solo da pochi minuti, ma il mio amico ha già preso possesso del bagno. Appena esce ci affrettiamo a fare il check in e a imbarcare i bagagli. Gli dico di farsi forza perché ce l’abbiamo quasi fatta, tra poche ore saremo a casa e lui potrà riposarsi e guarire. “Andrà tutto bene”, continuo a ripetere come nei peggiori film americani.
Ma la febbre sale di nuovo a 40 e lui è vicino al collasso, bisogna intervenire subito con del cortisone per far abbassare la temperatura. Non ci sono farmacie in aeroporto quindi siamo costretti a portarlo dalla guardia medica che inizia a fare un sacco di domande sospettose per capire che cosa abbia realmente il mio amico e se deve essere messo in quarantena. Mentre gli fanno una flebo di cortisone, gli spiego che ha solo mangiato qualcosa di sbagliato e che tra meno di un’ora abbiamo il volo per l’Italia.
Per fortuna la febbre scende in picchiata e riusciamo finalmente a salire sull’aereo che ci avrebbe riportato a casa, solo che il tempo sembra non trascorrere mai. Il mio amico passa dal bagno al sacchetto del vomito, talmente stremato che ormai non riesce quasi più a parlare e a muoversi. “Appena scendiamo ti porto subito al pronto soccorso”, gli prometto risoluta, ma le hostess hanno un’idea migliore. Far arrivare direttamente l’ambulanza sotto l’aereo una volta atterrati. E così accade.

Martedì 20 agosto ore 8,00.
Il mio amico è ancora ricoverato, ma se la caverà. L’Egitto è ancora nel baratro e spero proprio che la situazione si risolva al più presto. Ed io per la prossima vacanza, sceglierò un posto dove non hanno mai sentito nemmeno parlare della guerra o del terrorismo, sempre che esista. Purtroppo.
Valeria Luzi

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