pensioni1ROMA – L’idea di metter mano alle cosiddette pensioni d’oro, per rendere meno magri i trattamenti pensionistici più bassi, è una sorta di mantra che da più parti viene evocato. I dati comunicati ieri dall’Inps, e riportati dal Sole24Ore oggi (28 agosto), rivelano però che se si vuole raggiungere l’obiettivo di redistribuire la ricchezza delle pensioni, non solo alle pensioni d’oro bisognerà metter mano, ma anche a quelle d’argento, di bronzo e persino di ferro.

Gli assegni sopra i 20 mila euro mensili, lordi s’intende, sono infatti appena 540, meno dello 0,1% del totale. Ma anche quelli compresi tra 10 e 15 mila euro lordi sono solo 7.500. Troppo pochi perché un prelievo su questi possa avere un peso concreto in termini economici oltre che simbolici. Bisognerebbe invece scendere, e di molto, per arrivare a numeri consistenti. Almeno sino alle pensioni da 5 mila euro lordi, che tradotte significano 3 mila e rotti euro netti al mese. Una platea, quella di chi percepisce assegni da 5 mila euro in su, che conta circa 130 mila pensionati. Definire però questi assegni e questi importi “d’oro”, è obiettivamente irreale.

Secondo i dati forniti dall’Inps, che si riferiscono al 2012, i trattamenti pensionistici erogati in Italia sono circa 16 milioni e mezzo, per un costo complessivo che supera i 270 miliardi di euro annui. La fetta più grossa, in termini di numero di assegni e costo per le casse dello Stato, è rappresentata dalle pensioni più basse, quelle che, al netto della tredicesima, viaggiano sotto i 1.500 euro lordi mensili. Titolari di un simile trattamento sono oltre 11 milioni di pensionati. E sono questi quelli che, in un ottica di redistribuzione della ricchezza, dovrebbero vedere i loro redditi ritoccati all’insù. Se a questi poi si aggiungono i pensionati che ricevono assegni sino a 2.500 euro lordi, il totale arriva a 15 milioni di trattamenti.

Non è un dato clamoroso né sconvolgente che la parte del leone la facciano le pensioni più basse, sarebbe casomai singolare il contrario. Ma con i numeri forniti dall’Inps appare chiaro che se una logica redistributiva si vuole applicare, poco o nulla contano le pensioni definite d’oro. Metter mano a queste, tassarle e trovare il modo di tassarle senza incorrere nell’incostituzionalità, si rivelerebbe infatti un’operazione di facciata più che di sostanza. Ma vediamo, un po’ più nel dettaglio, come sono distribuite le pensioni italiane.

I super ricchi, quelli che hanno assegni da oltre 24 mila euro sono 291, lo 0,0018%. Appena 50, lo 0,0003%, i pensionati che ricevono oltre 23 mila come 50 sono quelli oltre i 22 mila. Ben 149 coloro che hanno assegni oltre i 20 mila euro mensili. Poco più di 1000 i pensionati che invece riscuotono assegni tra 15 e 20 mila euro, e poco meno di 7 mila e 500 quelli che viaggiano tra i 10 e i 15 mila. Sopra i 10 mila euro mensili quindi, meno di 9 mila pensionati a fronte di oltre 16 milioni totali con un costo, per lo Stato, che si aggira intorno al miliardo e mezzo di euro. Al di sotto di quota 10 mila euro, oltre 16 milioni di pensioni per i restanti 269 miliardi di spesa.Si allarga, ovviamente, la platea compresa tra i 5 e i 10 mila euro mensili. In questa fascia, che costa circa 15 miliardi di euro, poco meno di 170 mila persone.

Fermo restando che di prelievi al di sotto dei 5 mila euro lordi al mese non se ne può parlare, quantomeno in termini di prelievo redistributivo, è quindi evidente che l’eventuale asticella “redistributiva” dovrà essere molto al di sotto di quelle che, sino ad oggi, sono state definite pensioni d’oro.

art su blitz

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