Disastro in Nuova Zelanda: alta marea... nera!

SIDNEY - Un disastro ambientale senza precedenti. Una marea nera di oltre 350 tonnellate ha ricoperto le acque cristalline della Bay of Plenty, uccidendo i caratteristici pinguini blu e diversi altri uccelli marini.
La nave portacontainer di 236 metri che si è arenata mercoledì scorso su una barriera corallina nella Bay of Planty dopo una notte di tempesta con onde fino a 5 metri, ha perso cinque volte il petrolio fuoriuscito ieri, facendo così avverare le più tragiche previsioni. «Dobbiamo riconoscere - ha detto il ministro dell'Ambiente Nick Smith - che questo evento è il disastro ambientale marittimo più significativo della Nuova Zelanda». E non solo: «da una prospettiva ambientale la situazione nei prossimi giorni peggiorerà in misura significativa». Intanto si è scoperto che le ultime ispezioni avevano rilevato diversi difetti nella nave. Dopo i danni subiti durante la notte, la portacontainer ha lanciato un Sos e la squadra di salvataggio di 36 persone impegnata a bordo è stata evacuata dagli elicotteri. Ad aggravare la situazione il fatto che la grossa chiatta nei cui serbatoi veniva pompato il carburante è rimasta danneggiata e per ora è fuori uso. Le autorità avvertono che sarà una questione di settimane e non di giorni, prima che la perdita sia contenuta. E il disastro ambientale potrebbe essere immenso, se finiranno nella baia le 1700 tonnellate di greggio pesante che la nave trasportava. Sono cominciate intanto a pieno ritmo le operazioni di pulizia sulle spiagge, raggiunte dalle dense bolle di petrolio. La marea nera ha già ucciso diversi uccelli marini, fra cui i pinguini blu caratteristici della zona, e molti altri vengono trattati in centri di salvataggio della fauna dopo essere stati trovati ricoperti di petrolio. È emerso inoltre che recenti ispezioni della Rena prima che raggiungesse la Nuova Zelanda avevano denunciato diversi difetti, e che la nave era stata per questo detenuta temporaneamente in Australia per una serie di rettifiche. Il ministro dei Trasporti Steven Joyce ha rivelato oggi che la nave era stata ispezionata in Cina in luglio e in seguito a Fremantle in Australia. Il sindacato dei marittimi ha chiesto il rilascio di rapporti ufficiali sulla nave, dai quali risulterebbero difetti nei motori, nella manutenzione e anche nelle carte di navigazione. Circa 250 persone, fra cui specialisti accorsi da Australia, Gran Bretagna, Olanda e Singapore, sono impegnate nelle operazioni di pompaggio e di raccolta e contenimento del petrolio riversatosi in mare, mentre 300 militari sono impegnati a ripulire le spiagge. Le autorità sperano che una volta estratto e pompato nei serbatoi di chiatte il petrolio a bordo, sarà possibile riportare in galleggiamento la nave, un compito di cui sono responsabili gli armatori, particolarmente complesso perchè metà dello scafo è incagliato nella barriera mentre l'altra estremità galleggia ancora.
LA PERDITA DEI CORALLI La perdita dei coralli, della famosa barriera 'Astrolabiò al largo della Nuova Zelanda, si farà sentire su tutto il Pianeta. Lo sversamento di idrocarburi dalla pancia del cargo liberiano 'Renà, incagliatosi a 22 chilometri dalle coste di Tauranga, minaccia infatti sia gli ecosistemi marini che la popolazione di animali, in particolare le colonie di pinguini, gli uccelli e i mammiferi marini. L'allarme lo ha lanciato il biologo marino Silvio Greco, secondo cui tutti il mondo accuserà gli effetti del degrado del reef corallino. Questi incidenti, ha commentato il documentarista e scrittore Folco Quilici, «sono un disastro per gli ecosistemi, e le conseguenze sono orribili» ma «gli inquinanti peggiori sono i veleni chimici sversati nel mare e nei fiumi». Sicuramente, ha aggiunto Quilici, «la barriera corallina subirà dei danni» ma «anche se ci vorranno anni potrà tornare a vivere». Nel serbatoio del container, posto proprio sopra la «fragilissima area di transizione» costituita dai coralli, ci sono ancora 1.700 tonnellate di idrocarburi. Per la precisione gasolio, che - come ha avvertito Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia - è anche peggio perchè è più ricco, pertanto più difficile da disperdere, con «effetti più gravi in mare». Giannì ha parlato anche delle operazioni di recupero, considerando le difficoltà «soprattutto a causa delle cattive condizioni meteo, con onde alte 4-5 metri, che fanno sbandare sempre di più la nave» facendo pensare a «un pericolo strutturale». Isabella Pratesi, direttrice delle politiche di conservazione internazionali del Wwf Italia, ha espresso la «grande preoccupazione» dell'associazione del Panda, che è sul posto con gli operatori già al lavoro per ripulire alcuni uccelli marini ricoperti di greggio fuoriuscito dalla nave. A rischio, ha spiegato Pratesi, c'è «uno dei luoghi più importanti, il 'Miranda Wetlands', per la nidificazione e lo svernamento». Tra le specie più esposte «le procellarie, gli uccelli delle tempeste, i cormorani, le berte, le sule, le beccacce di mare, e le sterne». In pericolo anche i cetacei e i delfini. Pratesi ha posto l'accento sugli effetti a lungo termine che «pervadono gli ecosistemi, arrivando a intaccare la catena alimentare e la salute dell'uomo». E sia il Wwf che Greenpeace hanno poi messo in guardia dall'uso dei solventi, tipo il Corexit (usato per la marea nera del Golfo del Messico), che oltre a non avere un'azione 'detergentè risulta dannoso per la salute sia degli animali che degli uomini. Greenpeace ha poi fatto presente che «le autorità neozelandesi avevano notificato il 28 settembre alla stessa nave» la mancanza di carte nautiche, insinuando così «il dubbio che il cargo non fosse in regola con la documentazione per fare quel tratto di mare, dove si trova un reef abbastanza conosciuto». Infine, per il biologo marino è necessario un miglioramento della «sicurezza dei trasporti marittimi: quello che serve sono almeno i doppi scafi, e non solo per le petroliere, in modo da tutelare la parte relativa al serbatoio della nave» anche attraverso «una regolamentazione internazionale».











