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Home Prima Pagina Ambiente e Energia generale Plastica, il pasticcio nel sacchetto

Plastica, il pasticcio nel sacchetto

"La chimica verde è un asset strategico per il nostro Paese; anche per questo, la norma sui cosiddetti bioshopper sarà emanata a breve. Nessun ripensamento, anzi: la strada maestra non si discute".

 Il ministro all'Ambiente Corrado Clini promette una soluzione in tempi rapidi. I tecnici stanno lavorando a un decreto che potrebbe essere pronto a giorni, soluzione ritenuta più adatta rispetto a un emendamento al Milleproroghe. "Non è questione di lobby ma di stare ai fatti e considerare come si muove l'economia mondiale", dice Clini. Negando che il governo abbia ceduto alle pressioni dei plastificatori di Unionchimica. Eppure, qualcosa è successo e l'incidente di percorso in cui Clini e Passera sono incorsi non è affatto stato spiegato, né giustificato. Facciamo un passo indietro, allora. 

 


Impulso alla green economy. Alla vigilia di Natale, il Consiglio dei ministri si riunisce per approvare il pacchetto di misure ribattezzate Salva-Italia, ma anche il Milleproroghe. Decreto nel quale, in passato, è stato inserito di tutto. Quel decreto contiene anche la norma che approva nuove disposizioni per i sacchetti biodegradabili "chiarendo il campo d'applicazione della precedente normativa e introducendo sanzioni rigorose a tutela dell'ambiente". Così recita il comunicato stampa diffuso dal ministero dell'Ambiente, d'intesa con quello dello Sviluppo economico, e secondo il quale le nuove norme consentiranno "la commercializzazione dei soli sacchetti conformi alla direttiva europea sulla biodegradabilità". 

Il blitz. Esultano gli ambientalisti, che consideravano fondamentale una nuova disciplina a un anno esatto dall'introduzione delle norme che bandivano la plastica: "Un primato", dichiarava il vicepresidente di Legambiente Stefano Ciafani, "che ci ha fatti riconoscere in Europa come uno dei Paesi più all'avanguardia". Masticano amaro, ma non se ne stanno con le mani in mano, i produttori di sacchetti, decisamente contrari alla norma. Di certo, qualcosa succede. Perché il 29 dicembre, quando il Milleproroghe va alla firma del presidente Napolitano, la norma sui sacchetti è sparita. Il giorno prima Delio Dalola, presidente di Unionchimica, aveva significativamente parlato del rischio di perdere 20 mila posti di lavoro e dell'immediata cessazione dell'attività per le 18 mila Pmi aderenti al Confapi, specializzate nella produzione di sacchetti in polietilene. Ovvero, preparati col petrolio. 

Le reazioni.
Il mondo "green" grida allo scandalo. Lo stesso Ciafani parla di "un chiaro tentativo di salvaguardare i profitti di alcune lobby a scapito dell'interesse generale, dei cittadini, dell'ambiente e dell'economia italiana". L'ex ministro Prestigiacomo, che tanto si era battuta per la messa al bando della plastica ("una delle cose buone che ha fatto", ammettono i suoi stessi detrattori), commenta lapidaria: "Evidentemente, la lobby dei plastificatori ha potenti agganci all'interno dei ministeri". Sul fronte politico interviene solo il Pd, con i senatori Francesco Ferrante e Roberto Della Seta che parlano di "grave infortunio". Ma il partito non è affatto compatto, tanto che poche ore dopo il loro collega deputato Stefano Esposito li gela: "Troppo facile fare gli ambientalisti sulla pelle di ventimila lavoratori, io non ci sto". Esulta Fare Ambiente, associazione ambientalista vicina al Pdl, per la quale la norma "avrebbe messo in ginocchio un settore che conta 2.400 aziende che danno lavoro a 36 mila dipendenti". 

Il finto bio.
L'oggetto del contendere è presto detto. Compiuto un anno di vita, la norma che vietava l'utilizzo della plastica per i sacchetti della grande, media e piccola distribuzione ha rivelato un'importante falla: alcuni produttori si sono riconvertiti, ma molti altri hanno continuato a produrre sacchetti di plastica, con l'aggiunta di additivi che ne consentono la biodegradabilità in tempi molto più ridotti: 10 anni in luogo dei 100 normalmente necessari. Troppo poco, per gli ambientalisti. Che si sono sempre richiamati alla norma europea EN13432 che richiede espressamente anche il requisito della compostabilità, ovvero della possibilità di usare i sacchetti anche per il rifiuto organico domestico. E che hanno bollato come "finto-bio" i sacchetti di plastica con additivi.

Il balletto delle cifre. Ma quanti sono davvero questi dipendenti a rischio, e perché? Il settore della produzione dei sacchetti di plastica (ognuno di noi ne consuma statisticamente 300 ogni anno) è polverizzato, ma sostanzialmente diviso in due comparti. Il primo è quello delle aziende medio-grandi (80-100 dipendenti): sono una trentina, collocate soprattutto tra Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia, e trasformano sia plastiche, sia bioplastiche. Il secondo è quello delle piccole e medie imprese artigiane concentrate soprattutto al centro e al sud: Campania, Puglia e Sicilia. "Noi non siamo produttori né di polietilene, né di biopolimeri, sulla vicenda abbiamo una posizione laica anche se non ci va che una legge imponga al mercato l'utilizzo di un solo materiale" spiega Enrico Chialchia, direttore di Unionplast, aderente alla Federazione gomma plastica a sua volta inquadrata in Confindustria. Da parte sua, Unionchimica sostiene che la norma-Clini metterebbe in ginocchio le Pmi che producono plastica con additivi soprattutto per i mercati e la piccola e media distribuzione (le grandi catene e i centri commerciali si sono quasi tutte messe in regola, con bio-shopper e sporte riutilizzabili) perché le costringerebbe ad una costosa e quasi impossibile riconversione dei propri macchinari. "La legge è del 2006 – ribatte Ciafani – hanno avuto quattro anni di tempo per mettersi in regola, non lo hanno fatto perché qualcuno ha sempre provveduto a rassicurarle". 

Nuove abitudini.
Qualcuno sostiene che a tutt'oggi, in Italia la metà dei sacchetti in circolazione sia ancora costituita da plastica con additivi. Di certo, le abitudini degli italiani si sono in gran parte già modificate: complice la scarsa tenuta dei bio-shopper, che tendono a rompersi sotto la pressione di un certo peso o a tagliarsi se a contatto con contenitori con angoli acuminati, molti consumatori si sono decisi a comprare i sacchetti riutilizzabili (cotone, juta, carta di riso), diminuendo così drasticamente il ricorso a quelli tradizionali, siano essi biodegradabili o no. "Il mercato deve poter scegliere tra più opzioni – insiste Chialchia – e tutti sanno che nel 2011 è aumentato a dismisura l'utilizzo dei sacchetti di plastica nera, quelli normalmente utilizzati per la spazzatura, esclusi dalla norma. Il bilancio di massa non dà affatto ragione al legislatore: ha tolto da una parte per aggiungere dall'altra". 

E adesso? Nel decreto promesso da Clini sarà citata la norma europea che prevede anche il requisito della compostabilità, e che metterà quindi automaticamente fuori mercato i sacchetti di plastica con additivi. La seconda importante novità riguarda le sanzioni, già previste nel Milleproroghe del 2010 ma di fatto inapplicabili. Si parla di multe da 2.500 a 25.000 euro a carico di dettaglianti, grossisti e produttori. Ovviamente, le sanzioni più onerose riguarderanno proprio i produttori, con la possibilità di aumentare gli importi sino a quattro volte a carico delle aziende il cui fatturato complessivo legato ai sacchetti sia superiore al 20 o al 25%: la quota è ancora in discussione. Infine, l'abbassamento del limite dello spessore, questione tecnica ma decisiva: è su questa misura, infatti, che il ministero verrà parzialmente incontro alle piccole e medie imprese che minacciano di chiudere a seguito delle nuove norme. Lo spessore minimo dei bio-shopper dovrebbe essere abbassato da 150 a 80 micron: sarà quindi possibile produrre manufatti più leggeri. Un compromesso a favore dei piccoli produttori che in forza del decreto dovranno comunque convertire buona parte dei propri macchinari.

L'Espresso
 
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