mareaNARNI – Rischia di diventare la seconda vertenza di Terni dopo quella dell’Ast, la prima dell’Umbria se sommata a quella della consorella perugina. La cancellazione dalla Costituzione della Provincia di Terni votata dal governo Letta non sarà una semplice riorganizzazione istituzionale. Se il governo stesso e il Parlamento non accompagneranno lo scellerato e striminzito disegno di legge licenziato pochi giorni fa con una riforma vera, nessuno sarà in grado di gestire una vicenda che interessa oltre 360 dipendenti ternani e quasi 1.000 perugini, trasformando la frettolosa riforma Letta in una bomba sociale ed occupazionale dalle conseguenze drammatiche, che andrà ben oltre i lavoratori diretti.

A rischio 1000 posti di lavoro – Intorno alle Province italiane ruota infatti una vera e propria economia, fatta di fornitori, fissi e variabili, fatta di rapporti di lavoro di vario genere che coinvolgono centinaia di società, ditte, imprese. Tutti soggetti privati che non solo vedranno sparire da un giorno all’altro il lavoro, ma non riscuoteranno più i crediti che, per colpa del patto di stabilità, vantano da tempo dalla pubblica amministrazione. Una batosta che rischia di far chiudere molti o di costringere altri a mandare in cassa integrazione, quando non a licenziare, dipendenti. Quello che si rischia, solo in provincia di Terni, è un’ulteriore crisi occupazionale che potrebbe mettere in pericolo quasi 1.000 posti di lavoro.

Nessuna previsione dal governo – Nel disegno di legge approvato non c’è infatti alcun riferimento a come riorganizzare funzioni, uffici e servizi, ma c’è invece una sibillina frase che fa riferimento ad una gestione futura senza oneri per lo Stato. Cosa significa? Secondo le tesi più comuni emerse in questi giorni il significato starebbe purtroppo in un’interpretazione del tutto negativa del futuro rapporto Stato-Regioni. Sarebbero quindi quest’ultime a dover far fronte alla distribuzione delle funzioni finora esercitate dalla Provincia. Senza risorse aggiuntive dal governo centrale.

Regione impotente – Come farà la piccola Regione Umbria a sobbarcarsi i 1200 dipendenti delle ex Province? Come li pagherà e dove troverà le risorse per le nuove deleghe? Anche perché non si fa alcun riferimento al trasferimento ai Comuni, il che comunque non cambierebbe la sostanza delle cose. La scelta del governo insomma rischia di essere un boomerang sociale ed occupazionale e di paralizzare servizi essenziali come quelli delle strade e delle scuole, oltreché dell’ambiente e della formazione.

L’allarme dei sindacati – Non è un caso che la prima dichiarazione dei sindacati è stata proprio improntata alla salvaguardia dei posti di lavoro. Una nota congiunta di Cgil, Cisl e Uil nazionali ha messo in guardia sui rischi per i quasi 60.000 dipendenti diretti delle Province, una nota diramata subito dopo l’annuncio del primo ministro Letta.

La Cgil di Terni – La Cgil di Terni lancia l’allarme e chiede subito un tavolo per affrontare l’emergenza accelerata dal governo ed avallata da Pd e Pdl. “Il vice presidente della Provincia – dice il sindacato – ha già detto che a causa dei mancati trasferimenti della Regione il bilancio è a rischio. È possibile che si vada verso un dissesto guidato dell’ente”. È l’antipasto di quello che succederà con il taglio delle Province voluto con cieca ostinazione da Letta. Il quale, Letta, s’è affrettato a dare una generica rassicurazione sulla salvaguardia dei posti di lavoro dal sapore esclusivamente di calmiere sociale. Perché la verità è che nessuno sa come riorganizzare le funzioni e tanto meno

Cronache24

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