funny-monkey-1ROMA L’organizzazione peggiore della storia. INCOMPETENTI è troppo poco: anche io sono incompetente in materia, perché non ho mai organizzato un concerto, ma di sicuro avrei fatto molto meglio degli organizzatori del Rock in Roma pure se fossi stato lobotomizzato e sotto effetto di eroina. RITARDATI sarebbe più giusto, ma la gente che ha la sfortuna di nascere con un ritardo mentale ha una dignità e sarebbe un crimine accostarla alle quattro scimmie che organizzano questa fogna. Ecco, forse SCIMMIE è la parola giusta. Una cosa del genere poteva venire in mente solo a un branco di scimmie rabbiose chiuse in una stanza mentre si tirano addosso i propri escrementi. Il Rock in Roma va boicottato, non per principio ma perché è da pazzi irresponsabili ripiombare in quel porcile dopo aver sperimentato una volta tutto lo schifo e la merda e la bassezza umana che lì trova il suo punto più infimo. Andiamo con ordine.

LA LOCATION. Demenziale. Capannelle è un ippodromo, quindi un posto che spesso e volentieri puzza di letame e stalla, posizionato su una via strettissima e strategica che si chiama via Appia, ai confini di Roma, unica arteria o quasi per i pendolari che vanno e vengono dai Castelli Romani (i paesini tipo Albano Laziale, Marino etc, abitati per gran parte da pendolari). Quindi, anche a partire con larghissimo anticipo, ti trovi imbottigliato per ore. Lì intorno non ci sono parcheggi, quindi l’unico modo è usare il parcheggio interno.

IL PARCHEGGIO (IN ENTRATA). Una sola porticina per entrare, gestita da scimpanzè lobotomizzati, probabilmente reclutati in una grotta o in una galera, che non fanno un cazzo e stanno lì solo a gridarti addosso cose maleducate e senza senso. Nel frattempo nessuno gestisce il traffico e quindi è facilissimo che le macchine si tamponino per cercare di entrare in quell’unica porticina. Davanti a noi un tizio ha quasi portato via la fiancata di una Smart, ma il proprietario della Smart, pure incazzatissimo, ha preferito proseguire perché altrimenti avrebbe bloccato la fila per ore. Chissà quanti tamponamenti ci sono stati; immagino tantissimi, perché era proprio la situazione ideale perché ciò avvenisse. Chiaramente gli scimpanzè di cui sopra si sono girati dall’altra parte, e addirittura l’unico a interessarsi della Smart è stato uno dei tantissimi bagarini che infestavano la zona, nell’indifferenza totale di quegli altri campioni olimpionici di brillantezza mentale chiamati vigili urbani.

L’INGRESSO A PIEDI. Anche qui, una sola porticina con un solo omino che controllava sia biglietti che zaini (l’unico simpatico però, onore a lui): quindi, nonostante il biglietto d’ingresso fosse unico per tutti, sono riusciti nell’impresa di creare una fila mostruosa. Ripeto, se mi asportate il lobo temporale e mi iniettate eroina nei bulbi oculari sarei comunque capace di organizzare una cosa migliore. Anche perché io ho visto come funzionano situazioni simili altrove, cosa che di sicuro le scimmie epilettiche del Rock in Roma non hanno mai fatto perché vivono sugli alberi e passano il tempo a tirarsi addosso i propri escrementi.

LA LOGISTICA INTERNA. Non ho mai fatto tanta strada a piedi per andare dall’entrata di un concerto al palco. Chi ha organizzato la logistica interna è uno che va preso, chiuso in una stanza coi materassi alle pareti e occasionalmente bersagliato dagli escrementi di qualche altro animale suo simile. Ripeto: Capannelle è un ippodromo, quindi un gigantesco spazio erboso che puoi gestire praticamente come ti pare. Per una persona anche vagamente normale sarebbe un sogno poter gestire una cosa così, ti sbizzarrisci come vuoi. E invece il palco è messo in un angolino, di spalle all’entrata (a centinaia di metri dalla stessa, peraltro) e chiuso da due lati. Quindi ci sono decine di migliaia di persone ammassate come bestie in quest’angolino e uno spazio equivalente a svariati campi da calcio completamente libero. Chiaramente questa è solo la punta dell’iceberg: questo stesso esiguo spazio è pieno di transenne che delimitano spazi incomprensibilmente vuoti che potrebbero contenere altre persone, tipo, e invece contengono solo gli avanzi di galera della security che ti abbaiano contro se gli chiedi un’informazione. In altri casi ci sono solo scimpanzè random che lavorano lì e chiaramente non fanno un cazzo e non sanno un cazzo, e se gli chiedi, come ha fatto la mia amica Bob, “Scusi, l’ingresso per il pit?” ti rispondono “ER PITBULL? AHO ER CANE MIO STA IN MAGHINA” per poi darsi di gomito con lo scimpanzè al proprio fianco e continuare a tirarsi addosso i propri escrementi. Il fatto che lo spazio non sia aperto ma delimitato da tutto questo dedalo irrazionale di transenne e corridoi vuoti fa sì che per andare da un punto all’altro devi fare tutto un percorso a zig-zag, e fa sì peraltro che se dovesse scoppiare un minimo incendio lì dentro moriamo tutti, anche perché da due lati c’è il muro, da un altro c’è il palco e il lato ‘libero’ è pieno di transenne.

MANGIARE E BERE. Bisogna essere davvero dei poveri mentecatti mai usciti fuori dal raccordo anulare per mettere quasi tutti gli stand di cibo e bevande vicino all’entrata, dalla parte opposta rispetto al palco che non solo è distante tipo 2-300 metri ma sta pure di spalle. Quindi tu per mangiare e bere devi perderti il concerto. E vabbè, direte, ma almeno c’è abbondanza di stand, quindi non si fa la fila. E invece col cazzo, fratelli del vero metal. Pochissimi stand e mezz’ora di fila per poter finalmente parlare con la classica cassiera maltrombata romana che ti tratta come una pezza da piedi e ti sbatte davanti lo scontrino e poi FARE UN’ALTRA FILA per farti dare la birra. Nell’area del concerto poi meglio scordarsi di prendere da bere perché chiaramente lì ci sono due gazebo in croce e le file raggiungono tempi biblici. Ricordo sempre che c’erano decine di migliaia di persone. Quindi NON SI BEVE, NON SI MANGIA e se per caso scoppia un incendio SI MUORE. All’Hellfest c’erano molte più persone ma non ho mai fatto più di due minuti di fila per bere una birra. Ma non è finita qui. Volete ridere? Nel pit, il biglietto per il quale costava 100 euro, non c’erano stand. Quindi, anche se fossi stato disposto a farmi tre quarti d’ora di fila per una birra annacquata, sarei comunque dovuto uscire dal pit. Noi eravamo una decina e chiaramente non abbiamo mangiato né bevuto per tutto il concerto: abbiamo calcolato che gli avremmo lasciato circa 200 euro, che sono rimasti nelle nostre tasche alla faccia di Matteo Renzi e del contante che deve circolare. Si vede proprio che agli scimpanzè manca lo spirito imprenditoriale.

MERITOCRAZIA. La maleducazione e l’analfabetismo sono ovviamente la prima cosa che guardano quelli del Rock in Roma nei curriculum dei loro dipendenti. Se i tuoi genitori sono persone perbene che ti hanno insegnato a non cacare per strada, non sei l’uomo che fa per loro. Devi essere un pregiudicato, un primate, un camorrista, uno scappato di casa, uno zingaro beccato in flagranza a rubare rame, uno spacciatore di crack, una bestia di Satana, Pietro Maso, Kabobo o qualcuno del genere. Vi faccio solo un esempio. Alla fine del concerto, all’interno dell’area, quando ancora c’erano migliaia di persone dentro, uno di questi luridi pezzi di merda della security ha impedito a un ragazzino di 14 anni di sciacquarsi la faccia a una fontanella dove c’erano già 5-6 persone a farlo. Alle mie educate recriminazioni è stato risposto ‘Aho ma tu c’hai na bottiglietta d’acqua, perché non gli dai quella?’, e alla mia risposta ‘Guardi, ha 14 anni e vuole sciacquarsi la faccia. Non vuole bere. Ha 14 anni. Ci mette dieci secondi e poi andiamo’, mi è stato risposto ancora ‘Aho ma tu c’hai na bottiglietta d’acqua, fallo bere da quella, E POI IO VI STO GIA’ FACENDO UN FAVORE A FARVI STARE QUI’, ovviamente mettendomi le mani addosso. Questa è gente che non merita di respirare la mia stessa aria, di votare o di camminare a piede libero. La democrazia è una puttanata, amici. In un mondo perfetto questa gente sarebbe messa al muro e fucilata, non prima di essere però bersagliata da palle di escrementi. E a chi risponde ‘Eh ma purtroppo la security è così ovunque’ posso rispondere fornendo esempi di innumerevoli posti in cui sono stato e nei quali la security è addirittura gentile, disponibile e simpatica. Non solo all’estero; basta andare al Fosch Fest, per dirne una.

IL PARCHEGGIO (IN USCITA). Tutto ciò che è stato scritto qui sopra non è NULLA in confronto al girone dantesco subito da chi ha parcheggiato nel parcheggio interno. Cioè tutti, visto che altri posti in giro non ce n’erano (vedi alla voce LOCATION). Ripeto: Capannelle è un ippodromo, dunque un enorme spazio erboso che, se gestito da esseri umani financo lobotomizzati, sarebbe stato un parcheggio perfetto. E invece non solo non c’era nessun tipo di segnale di riconoscimento per ritrovare la macchina (tipo settore A, B, etc), il che è devastante specie perché non c’è illuminazione (non sto scherzando) e quindi rischi di girovagare per ore al buio a cercare la macchina stando attento a non spezzarti una gamba in uno degli innumerevoli fossi sparsi là in giro e nei quali a volte si trovano bottiglie rotte o addirittura siringhe usate; ma era pure lasciato alla totale anarchia, senza nessun inserviente e nessuno che ti dicesse dove andare, cosa fare, eccetera. Per uscire quindi devi andare a naso, considerando che c’è sempre quella solita unica piccola porticina per migliaia di macchine e lontana centinaia di metri, e considerando che non ci sono vere e proprie strade ma solo un dedalo di sentieri sterrati. Un vero e proprio labirinto dal quale ci abbiamo messo DUE ORE a uscire. DUE ORE. E so di gente che ci ha messo TRE ORE. Fratelli del vero metal, chiedo a voi: ci avete mai messo ORE a uscire da un parcheggio? Io penso che neanche al derby di Rio de Janeiro la gente ci mette ORE dal momento in cui entra in macchina al momento in cui varca la porticina del parcheggio. È stata un’esperienza allucinante. Per un’ora abbondante siamo stati fermi in macchina esattamente dove l’avevamo lasciata, circondati da altre macchine ferme, senza neanche metterci in coda perché non c’era una vera e propria coda. Fermi lì, a motore spento, con la gente che sclerava. Piano piano sentivi che intorno a te le cose degeneravano. Il glorioso Paolo Bianco, nostro ospite d’onore, ha tirato fuori il paragone perfetto: La notte del drive-in di Joe Lansdale. Se non l’avete letto, fatelo. Già sentivamo le prime urla belluine e i primi litigi senza senso, dovuti alla frustrazione e alla rabbia. Due tizi si sono messi a litigare per chi amava di più Max Cavalera. Due altri si sono insultati per un’ora perché uno se la prendeva incomprensibilmente con il guidatore, che gli rispondeva bestemmiando e dicendo ‘Zitto e pensa a dormire! Devi morire e devi crepare! Che ti puzzano pure i piedi! DORMI E CREPA!’. Eccetera. La mia amica Bob ha iniziato a parlare con un grillo appoggiatosi sul parabrezza. In lontananza ho sentito la bestemmia più ad alto volume mai registrata. A un certo punto abbiamo pensato di essere tutti morti e che quello era il nostro purgatorio per metallari. Pensateci, è plausibilissimo. Bloccati in una situazione kafkiana, in una macchina ferma, in mezzo a migliaia di macchine ferme, al buio, con qualcuno che sparava i Sepultura di sottofondo, sporchi, sudati e impolverati, con un’uscita lontana centinaia di chilometri e che, a quel punto di alienazione in cui eravamo, temevamo potesse non esistere, condannandoci a girare in eterno in quel dedalo umido e puzzolente di letame per cavalli. Ultima beffa, per non farci mancare niente: il parcheggio costava 5 euro. Ovviamente pagati in anticipo, anche perché quando siamo usciti non c’era l’ombra di un inserviente nel giro di chilometri.

LE NAVETTE. Non so dire molto delle tanto strombazzate navette perché per l’appunto eravamo in macchina, però penso che basti sapere che alle 3 e mezza, quando siamo riusciti finalmente a uscire da quell’inferno (lasciando dietro di noi altre migliaia di macchine che chissà, magari mentre scrivo sono ancora lì), ho visto centinaia di metallari accasciati alle fermate dell’autobus che immagino non sia mai passato. Alcuni temerari sono stati visti mentre, comprensibilmente disperati, si facevano via Appia a piedi cercando di raggiungere la stazione Termini, e sono 20 chilometri spesso senza marciapiede.

LA LEGA NORD. Forse hanno ragione loro. Paolo Bianco è di Milano e io mi sono vergognato come un ladro (anzi peggio: come un organizzatore del Rock in Roma) perché queste sono le esperienze che segnano il tuo giudizio su una città e tu non puoi neanche dargli torto. Io sono meridionale, ma vivo a Roma da tempo immemorabile e sono innamorato di questa città; ma se continua così mi costringeranno a scappare da qui e io li odio per questo. Vorrei anzi specificare che nella zona del profondo Sud dalla quale provengo queste cose non solo non potrebbero mai succedere, ma vengono organizzati eventi anche molto più grossi senza che noi ci si vergogni di noi stessi. E siamo molto più educati. Roma è ormai diventata il simbolo di tutto quello che fa schifo e va male dell’Italia, e se Borghezio non prende ancora il 90% è solo perché la gente ormai ha perso anche la speranza.

IL CONCERTO. Quello è stato bello, niente da dire. Lars Ulrich è imbarazzante e si sapeva, James Hetfield è il maschio dominante per eccellenza e anche quello si sapeva, eccetera. Hanno suonato due ore e un quarto con grandissimo dispendio di energie e tenendo il palco come pochissimi sanno fare al mondo. È un peccato che un concerto del genere sia stato rovinato da un’organizzazione indegna di un paese del terzo mondo. Ovunque voi siate, andate a vedere i Metallica, ma non al Rock in Roma. Non andate al Rock in Roma neanche se dovessero venire gli Ac/Dc con di supporto Gesù Cristo e i dodici apostoli.

MetalSkunk

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