Pablo Echaurren: olre 200 opere in mostra a Roma
Colori accesi in micro-universi che sembrano chiamare alla gioia della vita e invece raccontano la dolorosa coscienza della fine.
O meglio, riprendendo il titolo di una delle opere esposte e invertendo il punto di vista, la consapevolezza della morte che ci condanna alla vita.
L’universo “trafitto” dal colore di Pablo Echaurren si mette in mostra nell’antologica “Chromo Sapiens” che, ospitata fino al 13 marzo a Palazzo Cipolla a Roma, nella storica sede del museo della Fondazione Roma, segna il debutto ufficiale del nuovo calendario dello spazio, da oggi consacrato all’arte contemporanea.
Più di duecento opere illustrano oltre quarant’anni di attività dell’artista romano, tra disegni, collage, ceramiche, ispirazioni da fumetto, illustrazioni, arazzi, sculture-gioiello e grandi tele, senza dimenticare la passione per la musica, in una poliedrica e articolatissima panoramica su stimoli, curiosità ed esperimenti dell’autore.
“Ho provato perfino a fare gioielli di tipo berniniano e strumenti musicali – racconta Echaurren a Vincenzo Mollica nella video-intervista proiettata in mostra – Ho sempre pensato che ci si può spalmare su tutto se viene decorosamente bene. Sarebbe davvero miserabile fermarsi solo sulle cose che vengono bene”.
E, a ben guardare, a Echaurren sembra “venire bene” tutto, merito di una filosofia della continuità, che utilizza strumenti differenti per raccontare un pensiero sfaccettato ma profondamente coerente, riconoscendo all’arte la responsabilità di messaggi, anche drammatici, senza per questo avere timore di usare un tocco di leggerezza, in una pluralità di possibili letture.
Figlio del pittore cileno Sebastian Matta, con il quale, però, dichiara di non aver condiviso nulla in materia di arte dalla filosofia alla tecnica, l’autore si diverte a giocare con materiali e metodi per inventare un nuovo concetto di opera, multiforme, sfaccettata, volutamente distante da ogni categorizzazione. Dove l’arte, anche quella con la maiuscola, non è superiore a illustrazione o fumetto, ma con esse si fonde per cercare un nuovo modo di raccontarsi.
“Io sono cupo – racconta Echaurren – su di me il colore è una sorta di autoterapia. Invecchiando la parte più cupa è riemersa. È il gotico che è in me che viene rappresentato. La gente pensa che il gotico sia spaventoso ma tutti quei corpi, ghigni, scheletri, non servono a spaventare le persone, bensì a tenere lontano il diavolo. Ha una funzione esorcistica”.
Tra croci, scheletri-angelo, catacombe, cupole, obelischi e, immancabile, il Colosseo, ad aprire il percorso espositivo sono le tele dedicate a Roma, grandi orizzonti ripetuti e ripetitivi, che richiamano il mondo pop del fumetto, in un gioco di moltiplicazioni che, per paradosso, punta all’essenza di corpi e pensieri oggetto.
Si passa poi ai collage di ispirazione – ed evoluzione – futurista, alle copertine di libri, ai fumetti alle ceramiche, ai manifesti e alle tele “rock”, che raccontano la sua grande passione per il basso. Un vero e proprio viaggio tra mente e anima dell’autore, tra passione e razionalità.











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