samsungROMA – Samsung, non solo Galaxy S4: un “Impero della paura”, per Le Monde Diplomatique

“Samsung, l’impero della paura” si intitola una approfondita inchiesta di Martine Bulard per Le Monde Diplomatique. Dietro la commercializzazione dei più nuovi e amati dei gadget tecnologici, oltre l’entusiasmo globale per un futuro a portata di mano, ancora una volta dobbiamo registrare l’altra faccia della medaglia, un altro “medioevo” industriale ben nascosto dietro lo schermo luminescente dell’ultimo Galaxy S4. Dietro il successo del gigante sud coreano c’è una dinastia che ha attraversato indenne invasione giapponese, dittatura e conversione democratica: la Corea del Sud, che a inizio anni ’60 era meno industrializzata del nord comunista e oggi è la 15° potenza economica mondiale, trova in Samsung il campione della sua scalata, l’immagine cui riflettersi (e del resto il suo fatturato è un quinto del pil coreano).

“Non siamo mica in Cina” risponde a un certo punto un ex dirigente all’inviata: salvo poi ammettere che per le operaie Samsung uscire la sera non è proprio consigliabile. Nel frattempo abbiamo appreso di violazioni sistematiche nei luoghi di lavoro, turni di 12 ore , sei giorni su sette. Sappiamo che i salari della metà assunta a tempo piena è corretta, ma la metà precaria (che svolge spesso le stesse mansioni), è sprovvista di qualsiasi tutela e appena calano gli ordini va a casa. Il controllo interno è asfissiante: le ragazze che violano il coprifuoco “ricevono il cartellino rosso” e il perdono devono meritarselo partecipando con rinnovata lena alle attività caritatevoli della casa/fabbrica che le ospita.

Sammsung è il prototipo di quello che in coreano si chiama “chaebol” e l’inchiesta ha il merito di spiegare al lettore occidentale la speciale organizzazione economica e la ricaduta sociale dei conglomerati industriali che spaziano dall’elettronica agli armamenti, dai cantieri navali ai parchi divertimento, dalla grande distribuzione alle panetterie di quartiere e poi assicurazioni, ricerca…Nel paese, oltre a Samsung, sono una trentina i “chaebol” (Hyundai, Lg ecc…). Un ricercatore spiega l’influenza di un “chaebol”, dalla culla alla tomba diremmo in Occidente:

Nella Corea del Sud si nasce in un reparto maternità che appartiene a un chaebol, si frequenta una scuola chaebol, si riceve un salario chaebol –  dal momento che ne dipende la quasi totalità delle piccole e medie imprese –  si abita in un appartamento chaebol, si usa una carta di credito chaebol e e anche i divertimenti e lo shopping sono assicurati da uno chaebol.

“Si è eletti grazie un chaebol” è il commento inevitabile di Martine Bulard sul funzionamento del sistema democratico coreano. D’altra parte, è inquietante il capitolo sulla presa di Samsung sulla politica nazionale, il potere assoluto esercitato da Lee-Khun-hee, capo azienda e figlio del fondatore, che controlla il suo impero con appena il 3% del capitale. Come fa?

Si dice che Samsung sia di proprietà dei fondi pensione stranieri. E’ più probabile che la famiglia disponga di società off-shore nei paradisi fiscali. (Kim Sang -jo, docente di Economia a Seul)

Il processo di democratizzazione dei chaebol ristagna, la missione del presidente della Repubblica Park Guen-hye che l’aveva promessa, è rimasta lettera morta. Rivela un dirigente francese che ha preteso l’anonimato:

“Per lavorare qui bisogna essere infeudati. Le gare d’appalto non esistono. Tutto si basa sulla fiducia. Se va bene devi essere del tutto devoto al gruppo, obbedire a bacchetta. Il vantaggio è che si può innovare ma sotto la sua protezione”. Impossibile lavorare per un altro chaebol o rifiutare un ordine. “Sono rapporti feudali” egli ammette. Altri sub fornitori meno prestigiosi possono veder ridotto il proprio margine da un giorno all’altro, d’autorità, o essere cancellati.

Chio non ci sta, chi denuncia la corruzione combatte una battaglia persa: i giornali, in un modo o nell’altro tutti riferibili agli chaebol, chiudono non uno ma due occhi, la sopravvivenza tramite le inserzioni pubblicitarie è il miglior antidoto contro improvvise resipiscenze di onestà. Denunciare “la corruzione, l’arroganza, il disprezzo del personale, le liti familiari fino all’omicidio” è una sfida persa. Finora, però, l’unico cantore dello stile di vita vincente della Corea più alla moda che di Samsung vede solo il successo planetario, è stato un certo Psy del Gangnam style dal nome del quartiere super-bene di Seul che ne impone il codice estetico.

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