selvaggiaL’illuminazione l’ho avuta quando qualche notte fa, quando in preda a un devastante e molesto attacco di insonnia, ho cominciato a smanettare col mio iPhone, nella vana speranza di scoprire funzioni che non sapevo di avere, tipo un’app che mi consentisse di geolocalizzare costantemente i grillini per sapere chi è al Mc Donald’s con Civati o un’applicazione che mi dicesse se in percentuale Stramaccioni ha più probabilità di allenare il Parma o Kim Kardashian per recuperare la forma dopo il parto. E’ così che sono finita su whatsapp, la chat gratuita più famosa e utilizzata dai fancazzisti mondiali. Da quelli che con la scusa “E’ gratis e poi è veloce e immediata e non perdi tempo”, sulla chat ci trascorrono più tempo che col primogenito. Comincio a scorrere con fare annoiato gli status dei miei amici finchè non finisco sul numero di Rocco Siffredi. (sul perché io possieda il numero di Siffredi replico con un secco “Sono solo coincidenze”, come Ruby Rubacuori e suppongo che risulterò ugualmente credibile). Apro il suo whatsapp e scopro che non lo utilizza dal 24 ottobre 2012. Particolare insignificante, direte voi. E invece no, perché se Rocco Siffredi non subisce la fascinazione della tecnologia e in modo particolare del moderno e più praticato sistema d’abbordaggio tecnologico esistente, vuol dire che quello che penso da tempo non è il pensiero frustrato di una single sull’orlo dell’isteria. Vuol dire che ha un fondamento scientifico. Vuol dire che Rocco Siffredi ti chiede prima il numero civico che quello del tuo cellulare. Che il maschio che fa, non whatsappa. Che l’uomo concreto, pragmatico, dominante, non sta lì a chattare come un bimbominkia, ma ha ancora quelle abitudini ormai estinte tra la fauna maschile denominate “telefonata”, “appuntamento”, “cena fuori”. Cose che un tempo erano la prassi e oggi sono un estenuante traguardo (quando ci si arriva, al traguardo) dopo infiniti valzer di ammiccamenti virtuali. Lo dico quasi con affetto, agli uomini. Ricominciate a alzare il telefono. Evitate di sfinirci con corteggiamenti via whatsapp della durata del cretaceo in cui, tra parentesi, non date neanche il meglio di voi. Non ci costringete a tre quarti d’ora di “Come va?”, “Bene”, “Tu?”, “Bene ma piove”, “Anche qui” rischiando di farci tamponare un camion articolato per correggere un accento, quando basterebbe una telefonata di quaranta secondi in cui comunicare orario in cui ci venite a prendere e nome del ristorante. Risparmiateci emoticon e faccine alla D’Urso alla fine di ogni frase, che a parte essere un’abitudine virile quanto lo spinzettamento delle sopracciglia, ci costringono a sforzi di interpretazione disumani. Abbiate rispetto per il nostro tempo. Voi ci inviate lo smile con l’occhiolino mentre siamo in ufficio e noi perdiamo mezza mattinata a domandarci se il significato recondito era “Scherzavo”, “Sei simpatica” o “Ci vediamo tra dieci minuti nel bagno delle donne”. E poi ci sono i supplizi scemi, che tra adulti andrebbero accuratamente evitati. Il maschio che whatsappa, è un maschio che ti lascia appesa al perverso meccanismo dell’attesa del messaggino su whatsapp. E mentre se non ti telefona e basta tu puoi pensare che sia in camera di consiglio con Enrico Letta, se non ti scrive tu puoi verificare a che ora si è collegato su whatsapp. Ne consegue che se si è collegato due minuti fa e non ti chiama da otto ore, Enrico Letta potrebbe avere 25 anni e una quarta di reggiseno. Ci sono donne che hanno chiesto il divorzio con la motivazione “ultimo collegamento”. Ma esiste perfino un supplizio peggiore: lui non ti scrive, e tu lo vedi “on line”. Che tradotto vuol dire: in quel momento, in quel preciso momento, mentre tu ti struggi perché non ti scrive, lui sta scrivendo a qualcun altro. E ovviamente nessuna è portata a pensare che quel qualcun altro sia il ministro degli esteri del Kosovo. E poi diciamolo, anche quando quella a cui scrive siamo noi, quel “digitazione in corso” crea un universo di aspettative puntualmente, clamorosamente disattese. Ci sono delle digitazioni in corso che durano venti minuti con continui ripensamenti e in quel tentennamento (digitazione in corso-on line- digitazione in corso-on line) non c’è donna che non si autoconvinca di essere sul punto di ricevere una proposta di matrimonio con sette figli, una casetta al mare con cane e coniglietti nani inclusi. Il tutto, finchè non arriva il messaggio: “Stasera ti va un kebab?”. E il dramma è che ci sono uomini che vanno avanti così per mesi. Che per inciso, non sono necessariamente nerd o sfigati da competizione, ma uomini adulti, con posizioni lavorative invidiabili, capaci di affrontare conference call col direttore finanziario di sei società petrolifere e di licenziare vis a vis padri di famiglia dopo trent’anni di onorata carriera, che anziché citofonarti per portarti a mangiare un sushi, ti mandano un messaggino con scritto “mi mandi una tua foto?”. E la vera tragedia, è che uomini così, quando ti decidi a mandarli a quel paese con una telefonata epica in cui spieghi in maniera violenta e definitiva quanto ti abbiano snervato con l’assenza di una comunicazione decente, diretta e soprattutto virile, attaccano senza dire una parola. Per poi mandarti lo smile che piange su whatsapp. Insomma, il cavernicolo “l’uomo ha da puzzà” è stato sostituito dal nuovo mantra 2.0 della donna moderna: “L’uomo ha da telefonà”. E che cominci a farlo presto, prima che tra una chat, un emoticon e un autoscatto davanti allo specchio del bagno, si estingua la specie.

Selvaggia Lucarelli
per LiberoQuotidiano

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