letta cdmIn una lunga intervista domenicale concessa al solito Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, il vicepremier Angelino Alfano consegna agli atti le regole d’ingaggio di questo strano governo bipartisan. Non che fossero difficile da capire, ma vedersele squadernate nero su bianco appena venti giorni dopo la sua nascita, attraverso una dettagliata lista di messaggi in bottiglia (a futura memoria e a buon intenditore), fa sicuramente un certo effetto.

Cosa manda a dire Alfano a Enrico Letta, al Pd e all’intero circuito politico-mediatico? Dopo una serie di convenevoli sul futuro dell’Italia e l’importanza di «regalare ai nostri figli giorni migliori di questi», ricamando sulla truppa di governo piena di giovani genitori («i miei due figli Cristiano e Federico sono coetanei dei figli di Enrico Letta e delle nipoti di Anna Maria Cancellieri. Nunzia De Girolamo ha una bambina piccola. Al Quirinale ho visto i ragazzi di Josefa Idem…»), il ministro degli Interni mette le carte sul tavolo, tornando a bomba sulla sfilza di grane che questo esecutivo ha già dovuto affrontare: Imu, le contestazioni di Brescia, la giustizia, la legge elettorale…

Vediamoli insieme i sei messaggi lanciati da Alfano:

Uno. «Questo è il governo che solo Silvio Berlusconi aveva pensato fosse quello giusto dopo il voto. Ci sono voluti due mesi ma alla fine ci siamo arrivati. È chiaro che non vive della solidarietà delle forze politiche che lo compongono; vive della comune volontà di realizzare il programma». Per Alfano quindi esiste solo un destino a cui sono legate le sorti del governo. Il destino di «tirare fuori l’Italia dalla crisi economica», «fuori dal guaio in cui una serie di scelte sbagliate anche di politica economica ci ha cacciato». Si riferisce a Monti?, chiede Cazzullo. «Non è il tempo delle lamentazioni», risponde il ministro. Ma è evidente che sta  pensando al governo tecnico del professore, pur avendolo il Pdl appoggiato per un anno e pur sapendo, soprattutto, che Letta jr è stato l’esponente democratico più vicino e in sintonia con quella stagione (come questa) gestita dal Quirinale. Sarebbe interessante capire cosa pensa il premier del giudizio sul passato governo che ne da pubblicamente il suo vice.

Due. Alfano critica il cosiddetto “indotto del conflitto”. Ossia «un comparto trasversale tra politica, economia e giornalismo, che dal conflitto trae lucro. Pensi a certi giornali “rosiconi” che, di fronte ai dati positivi della Borsa, additano solo i buoni risultati del gruppo fondato da Berlusconi. Pensi all’enorme letteratura antiberlusconiana, che perde appeal nel momento in cui la sinistra fa l’accordo con lui». Proprio ieri c’è stata a Roma la manifestazione Fiom in cui questi umori a cavallo tra sinistra politica-sindacato-società civile indignata-intellettuali d’area-grillismo gauchiste si sono mescolati mettendo in grande imbarazzo e tensione il Pd che appoggia il governo. Mettere il dito nella piaga come fa Alfano non è certo un modo per aiutare la navigazione dell’amico “Enrico”.

Tre. La leadership di Berlusconi, dice Alfano, non tramonta mai. Ribadendo il mandato stringente che punta ad esercitare dentro questo esecutivo. «Io sono vicepresidente in quanto segretario del Popolo della libertà. E sono segretario di un partito che ha il suo leader, che è Silvio Berlusconi. Una leadership forte, vitale e indiscussa». Non solo. «La battaglia nostra al governo è la battaglia per fare uscire l’Italia dalla crisi. E il governo nasce per la tenace volontà di Silvio Berlusconi di farlo nascere. Quindi nasce grazie a Berlusconi, non nonostante Berlusconi. Altro che suocero»ingombrante…

Quattro. Per il ministro la sorte del governo non è certo legata alle sentenze dei processi di Berlusconi, quasi a voler tranquillizzare tutti. «Gli interessi a confondere le acque sono stati tali da non aver valorizzato un concetto molto chiaro e molto forte espresso proprio da Silvio Berlusconi: nessun fallo di reazione sulle vicende giudiziarie. Del resto ci sarà un motivo per cui l’opinione pubblica sta premiando il suo atteggiamento responsabile, “pro patria”…» e tuttavia, dopo lo zuccherino, ecco che arrivano i paletti fermi su qualsiasi ipotesi di riforma in campo giudiziario non gradita al Cavaliere. «Ho grande considerazione e rispetto per Annamaria Cancellieri. Sarà lei a individuare ciò che in materia di giustizia può essere condiviso dal Pdl, dal Pd e da Scelta civica». Questo è un leit motiv che torna nelle parole di Alfano, quasi una regola aurea:«questo Parlamento e questo governo non faranno ciò che solo il centrodestra potrebbe fare, né ciò che solo il centrosinistra potrebbe fare. Per fare ciò che ciascuna parte vorrebbe fare, occorrerà attendere le prossime elezioni. Adesso invece si potranno fare solamente ciò che il centrodestra e il centrosinistra sono capaci di condividere».

Cinque. Dunque l’agibilità e la fiducia (a tempo), il Pdl le concede solo sull’agenda economica, e questo era chiaro e in fondo anche giusto. Il punto è che permangono mille diffidenze e fragilità. Anche sulla legge elettorale, nebbia fitta. Non ci sono passi avanti, anzi. Dice ancora Alfano: «Non c’è un sistema che ci fa vincere e uno che ci fa perdere. Il sistema elettorale serve a contare i voti; se non hai i voti, non vinci. È evidente che adesso sarebbe sbagliato trovare la soluzione definitiva sulla legge elettorale…».

Sei. Monito conclusivo, il vice premier ammette con onestà e franchezza il litigio con Letta nel viaggio verso l’Abbazia di Spineto, il giorno dopo la sua partecipazione alla manifestazione di Brescia indetta dal Pdl contro la magistratura. Senza curarsi di circoscriverlo (pur riconoscendo lealtà e correttezza e, in fondo, amicizia nei confronti del premier). «Guardi – dice Alfano a Cazzullo – con Letta ci conosciamo da più di vent’anni, ma abbiamo sempre militato su fronti diversi. Veniamo da due diverse metà campo e questo è emerso spesso, l’ultima volta a Spineto. È possibile che riemerga in futuro…». Già.

A questo punto ci resta solamente una domandina finale, rileggendo i sei punti salienti dell’intervista e senza entrare nemmeno nella valutazione di merito delle parole di Alfano, ma fermandoci alla semplice esegesi. Su queste basi fragili, con tutte queste ipoteche e paletti, sinceramente, quanto può durare un governo del genere, nato per fare le riforme?

L’Inkiesta

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