grexitMILANO – Non solo i costi diretti di prestiti per una cinquantina di miliardi (36 miliardi secondo il Mef) che diventerebbero carta straccia. In caso di uscita dall’euro della Grecia, l’Italia rischia di essere il principale investito dal prevedibile choc dei mercati, con il rischio di spendere 11 miliardi in più, tra qui e il 2016, per finanziarsi. Al Belpaese toccherebbe così una buona fetta dell’aggravio dei costi di finanziamento dell’intera Eurozona, che l’agenzia di rating Standard&Poor’s quantifica in 30 miliardi complessivi.

Secondo gli esperti del credito, che dedicano un report ad hoc alle ripercussioni di un’uscita di Atene dalla moneta unica, i danni per i vicini continentali non sarebbero tanto sull’economia reale, quanto sui rendimenti dei titoli di Stato, con enormi differenze tra caso e caso.

Ecco cosa rischia l’Italia di E. OCCORSIO

Sul primo versante, quello del Pil, S&P parla di impatto “severo” per la Grecia, ma più contenuto per il resto dell’Eurozona. Il Prodotto interno lordo ellenico calerebbe infatti del 20% in quattro anni, rispetto a uno scenario “standard”, mentre per il resto dell’Eurozona l’impatto sarebbe contenuto in termini di crescita economica, ma potenzialmente “potrebbe essere più significativo nei paesi periferici tramite il canale dei mercati dei capitali”. Viste le dimensioni economiche della Grecia, l’effetto sul commercio estero dei partner sarebbe limitato: “Se si esclude Cipro (il cui 19% delle esportazioni è andato in Grecia nel 2013), solo due altre economie esportano più del 2% dei propri prodotti verso Atene: la Macedonia (4,2%) e Malta (3,3%). Anche se le importazioni greche dovessero crollare del 50% nell’anno successivo alla Grexit, spiegano gli esperti di S&P, l’effetto diretto su Germania, Francia e Italia si limiterebbe a ridurre la domanda totale di export dello 0,3%-0,5% nell’arco del medesimo periodo di tempo. Per queste economie, l’impatto sarebbe contenuto tra lo 0,2% e lo 0,3% del Pil”.

Ma a questa rassicurazione fa seguito la precisazione sulle tensioni del mercato del debito, con un “contagio che inizierebbe un’iniziale fiammata dei rendimenti”. Per gli analisti, la Grexit si tradurrebbe nella “reintroduzione di un ‘currency risk premium'”, un premio che gli emittenti di titoli sovrani dovrebbero pagare agli investitori vista la fragilità mostrata dall’Eurozona. Un sovrapprezzo che si distribuirebbe differentemente per i vari Paesi e si sentirebbe “soprattutto per quelle economie che sono percepite come vulnerabili” quanto alla fiscalità pubblica. I grafici allegati dagli analisti mostrano che i Bund decennali potrebbero veder salire i rendimenti gradualmente – a cominciare dalla fine del Quantitative easing – da uno 0,1% verso lo 0,6% di fine 2017. In pratica, per loro l’ombrello della Bce sarebbe più che sufficiente. In Italia, invece, si vede una crescita immedita in area 3,5% (attualmente siamo al 2,3%), per poi mantenere il livello costante negli anni seguenti.

S&P: con la Grexit l'Italia pagherebbe 11 mld in più per finanziarsi

La proiezione di S&P sul rendimento dei Btp decennali, in caso di Grexit

Repubblica

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