bankitaliaDa una decina di giorni il ministro dell’Economia e delle finanze Fabrizio Saccomanni ha finalmente cominciato a seguire i consigli che da tempo gli vengono rivolti dal Pdl. Dalla necessità di dare una scossa all’economia italiana alla riforma della tassazione degli immobili; dall’attacco al debito attraverso la dismissione del patrimonio pubblico all’accelerazione dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione; dalla necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica fino all’accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali ivi detenuti illecitamente da cittadini italiani, il cui gettito può ammontare con riferimento alla componente una tantum a 25-30 miliardi di euro, e per quanto riguarda la componente strutturale a 5 miliardi all’anno.

Peccato solo che il ministro rilanci queste proposte con un certo qual colpevole ritardo. Ma tant’è: dopo quelle già elencate facciamo un’ulteriore proposta. Una proposta vincente, sotto tutti i punti di vista. Win-win-win, direbbero gli inglesi, perché dalla rivalutazione del capitale della Banca d’Italia derivano benefici per tutti: per le banche; per le imprese e le famiglie, che vedono riaprire nei loro confronti i rubinetti del credito; per lo Stato, che trae vantaggio in termini di gettito (l’operazione potrebbe portare nelle casse pubbliche fino a 4 miliardi di euro).

Tutto iniziò nell’ormai lontano 2005. Grande battaglia per riorganizzare il settore delle banche, con quella che poi diverrà la Legge 262: «Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari». Tra le novità introdotte da quella Legge, il comma 2 dell’articolo 19, recita che la Banca d’Italia «è istituto di diritto pubblico». Norma che va letta tenendo conto del quadro europeo e del diritto comunitario. Il tutto al fine di garantirne l’assoluta indipendenza da interferenze estranee, soprattutto politiche. Così stando le cose, allora, quali forme deve avere il suo assetto proprietario?
Se la banca è un istituto di diritto pubblico, non vi possono essere altri proprietari che non siano lo Stato. Ma, nella lunga tradizione della Banca d’Italia, così non è mai stato. Contraddizioni della storia e del parto difficile che, nel lontano 1933, portò alla nascita della nostra banca centrale. Il capitale di allora era pari a 300 milioni. Con la nascita dell’euro e con scarsa fantasia fu semplicemente tradotto nel nuovo conio: per cui ancora oggi ammonta appena a 156.000 euro. Una bazzecola. Specie se si considera che il totale delle riserve finora accumulate (31 dicembre 2012) ammonta a più di 22,6 miliardi di euro.
L’anomalia era evidente e il legislatore del 2005 decise di porvi rimedio. Stabilì, infatti che «è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data dell’entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici». Mai norma fu così precisa e, forse proprio per questo, disattesa. Da allora gli anni passati sono pari a più del doppio, ma il capitale rimane quello del 1933. E restano più o meno identici gli azionisti di riferimento: 64 enti di cui solo 58 con diritto di voto. L’assoluta maggioranza dei quali (51) appartenenti al settore bancario.
Va bene che l’Italia è il Paese del barocchismo giuridico, ma in questo caso si è superato ogni limite. Abbiamo un istituto di diritto pubblico, con un attivo patrimoniale di circa 610 miliardi (più di 1/3 del Pil italiano), con un capitale piccolo piccolo (156mila euro), riserve che sono mille volte tanto, un controllo frammentato tra azionisti senza potere. Che ne sarà di tutto questo quando la stessa vigilanza traslerà a livello europeo? La Banca resterà una riserva della Repubblica per la scelta dei dirigenti politici del Paese (da Carlo Azeglio Ciampi in poi), ma è una ragione sufficiente per giustificare un assetto così precario, con quel pizzico di autoreferenzialità che quell’architettura comporta?
Una nota storica, ma fondamentale per comprendere il ragionamento che segue: all’indomani del dopoguerra, fu istituito nel 1947, il «comitato interministeriale per il credito ed il risparmio», cui spettava l’alta vigilanza in materia di tutela del risparmio e in campo valutario. Fu, altresì, previsto che il Consiglio superiore della Banca d’Italia, i cui componenti sono nominati dagli azionisti nelle assemblee dei partecipanti presso le sedi periferiche della Banca (13 consiglieri su base territoriale), non può interferire con le materie deferite al Comitato interministeriale. Era la separazione netta tra le funzioni «politiche» e la normale gestione amministrativa. Distinzione ribadita dallo Statuto tuttora in vigore. Su questa stessa base è quindi possibile individuare alcune possibili soluzioni in grado di aggiornare la struttura proprietaria della Banca d’Italia, senza incidere sui profili di indipendenza che ne dovrebbero caratterizzare la regola aurea.
La soluzione migliore, in linea con quanto accade nel resto d’Europa, sarebbe quella di «liquidare» i vecchi azionisti e trasferire interamente il capitale nelle mani dello Stato. Poi si può discutere sulla migliore formula organizzativa da adottare: una fondazione o una società per azioni o un ente economico e via dicendo.
Se non si è adottata questa soluzione, il motivo è stato prevalentemente di carattere economico. È chiaro, infatti, che disciplinare «le modalità di trasferimento» significherebbe un cospicuo esborso finanziario. Si dovrebbero trovare circa 25 miliardi di euro (il valore di libro delle riserve complessive) per compensare i vecchi azionisti. Visto che il valore contabile della quota (0,52 euro) è solo una brutta finzione.
In tempi di vacche grasse, l’ipotesi sarebbe sostenibile. Ma con la crisi finanziaria che corre oggi una simile opzione ha solo il sapore della stravaganza. Quindi? Meglio far finta di nulla. Come se il trascorrere del tempo fosse l’unico toccasana possibile. Se non fosse che questa piccola furbizia è tutt’altro che priva di conseguenze.
Le banche azioniste hanno nei loro bilanci una partecipazione che è valutata una quota irrisoria del suo effettivo valore. Ne deriva un depauperamento patrimoniale e quindi, visti i parametri di Basilea III, il venire meno, per la parte corrispondente, della loro capacità di dare credito. Più piccolo è il patrimonio posseduto, minori devono essere gli attivi bancari: vale a dire i prestiti che si possono concedere alla clientela. Il risultato ultimo: una maggiore stretta del credito rispetto ai vincoli, già fin troppo rigorosi, di una politica monetaria che già deve scontare le asimmetrie di un’Europa debole con i forti e forte con i deboli.
Ecco allora la soluzione, se si vuole provvisoria, in attesa che lo Stato trovi i soldi per rilevare le quote possedute dalle banche. Se ne rivaluti il valore facciale, sulla base dei parametri correnti, tenendo conto del valore effettivo delle riserve e si consenta agli stockholder di apportare le opportune variazioni di bilancio. Ne deriverebbe un rafforzamento patrimoniale e quindi un beneficio indiretto alle imprese, sotto forma di maggiore disponibilità all’erogazione del credito. Al tempo stesso le singole banche realizzerebbero delle plusvalenze, che andrebbero tassate, facendo così contento l’Erario, che potrebbe contare di un cespite aggiuntivo. Se non è l’uovo di Colombo, poco ci manca.
Caro ministro Saccomanni, i miei interventi hanno avuto sempre come obiettivo quello di dare un contributo ad un governo che, proprio perché di coalizione, ha bisogno dell’apporto di tutti i partiti che lo compongono. Ed evidentemente lei stesso ne ha riconosciuto la validità.
A quest’ultima proposta su Banca d’Italia, che il governo può far propria subito e implementare già nell’immediato, al rientro dalla pausa estiva a fine agosto, ne seguiranno altre, e numerose, nei prossimi giorni, con la speranza che questa volta lei, ministro Saccomanni, ci metta poco a rilanciarle. Per il bene del paese. Magari citando le fonti.

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