Giulio TerziL’epilogo naturale e coerente del libro I nostri marò doveva essere, sino alle ore 20 del 20 marzo, la conferma che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sarebbero rimasti in Italia, sullo sfondo di una crescente e ampia pressione internazionale su New Delhi: in sostegno della tesi che la controversia doveva essere risolta secondo il diritto internazionale; che dovevano avviarsi consultazioni italo-indiane facilitate da un mediatore designato dalle Nazioni Unite; che la violazione della Convenzione di Vienna con la sospensione dell’immunità all’Ambasciatore italiano doveva essere oggetto di scuse e di assicurazioni formali all’intera comunità internazionale circa il rispetto delle basilari regole nelle relazioni tra gli Stati.

L’epilogo del tardo pomeriggio del 21 marzo sembra invece tratto da una storia e da motivazioni completamente diverse da quelle che avevano guidato, con prudenza e al tempo stesso fermezza, la strategia del Governo e della diplomazia del nostro Paese dal momento in cui, con la cattura dei nostri marò a metà febbraio 2012 nel porto di Kochi, si è aperta una pagina difficile nei rapporti con l’India.

Le esatte motivazioni di questa inversione di rotta improvvisa, approfondita e discussa in modo assai sommario prima della ripartenza per l’India dei nostri marò, sembrano ancora, in gran parte, da spiegare e da scrivere. Così come sembrano ancora da spiegare e chiarire le condizioni, da me insistentemente richieste non appena appresa la notizia che Latorre e Girone stavano comunque per imbarcarsi per New Delhi, che avrebbero dovuto essere ottenute dall’India prima di riconsegnare i due marò.

L’obiettivo del Governo era stato dall’inizio della vicenda quello di salvaguardare la sicurezza e la dignità dei nostri due militari.

L’azione internazionale è stata efficace, continua, vigorosa. Altro che «diplomazia debole», come qualcuno ha ironizzato. Nulla di più fuorviante. È questa diplomazia forte ad aver gradualmente influito sull’atteggiamento di New Delhi, convinta a fine 2012 a una qualche flessibilità: concedendo due permessi ai marò per venire in Italia. Ma sempre di giurisdizione nazionale indiana si trattava; e New Delhi continuava a respingere qualsiasi forma di internazionalizzazione della vicenda, nonostante l’ampio sostegno dato su tale punto all’Italia dalla comunità internazionale, preoccupata degli effetti dirompenti che questo precedente poteva avere sulle operazioni di pace e antipirateria.

L’Italia precisava quindi, negli ultimi mesi del 2012, una strategia mirata all’attivazione della procedura arbitrale, esperibile anche senza il consenso indiano, come previsto dalla Convenzione sul Diritto del Mare.

Se la via dell’arbitrato non è stata formalmente avviata prima della nota sentenza della Corte Suprema indiana del 18 gennaio 2013 – sentenza, si noti bene, che abbiamo atteso di rinvio in rinvio per ben sette mesi – è stato perché i legali davano per molto probabile, sull’essenziale aspetto della giurisdizione, una sorta di decisione salomonica: attribuendo la giurisdizione territoriale all’India, in considerazione della nazionalità delle vittime in «acque contigue» a quelle territoriali indiane; ma, ed era questa una probabilità che si valutava alta, la Corte avrebbe riconosciuto all’Italia la «giurisdizione funzionale». Che tale linea di pensiero non sia estranea alle autorità indiane, lo dimostra tra l’altro la circostanza che è proprio sul principio «funzionale» che fa leva l’India per riportare nel proprio Paese, per giudicarli, due suoi peacekeepers accusati di gravi reati in Congo.

Venuta meno questa speranza, il Governo decideva di accelerare la messa a punto dell’opzione arbitrale ex Convenzione sul Diritto del Mare. Non appena rientrati in Italia per votare, il Governo esaminava collegialmente la mutata situazione. Decideva di effettuare passi formali con New Delhi, ne informava immediatamente i partner (io stesso ne parlai il 5 marzo al segretario generale delle Nazioni Unite, a New York), e apriva con l’India quella che in diritto internazionale si chiama «una controversia», nella consapevolezza che vi sarebbe stata una reazione, che il Governo riteneva, a quel punto, di dovere e poter sostenere. Gli indiani conoscevano perfettamente la sensibilità delle considerazioni economiche. Così come le conoscevamo noi. Un approfondimento dell’insieme delle relazioni bilaterali faceva capire perfettamente quanto ogni ipotesi di misure e contromisure commerciali sarebbe stata autopunitiva, per il Paese che volesse mettersi su questa strada.

A questo punto è importante ricordare la sequenza. I marò tornano a votare. Ai primissimi di marzo si decide collegialmente di proporre agli indiani consultazioni, ex art. 100 Unclos, che vengono respinte. La settimana dal 5 al 10 marzo vede un’intensa concertazione governativa, che si conclude con la decisione condivisa dalla Presidenza del Consiglio di notificare all’India che erano modificati radicalmente i presupposti per la validità del noto Affidavit, che i marò sarebbero rimasti per essere giudicati in Italia, almeno sin quando un arbitrato internazionale non avesse deciso in merito alla giurisdizione.

Il 20 tutto è rovesciato. Gli indiani dicono pubblicamente che «la forza paga con l’Italia». I nostri partner internazionali sono esterrefatti, così come le Forze armate e la diplomazia italiana.
Mi sono dimesso perché ho ritenuto, e ritengo, profondamente sbagliato il passo indietro che è stato fatto. Lo ritengo sbagliato e ingiusto per Massimiliano e Salvatore, per le loro famiglie, per ciò che rappresentano le nostre Forze Armate nel nostro Paese e nel mondo; lo ritengo negativo per le migliaia e migliaia di italiani e di imprese che lavorano all’estero e che devono poter contare sul sostegno coerente e determinato del loro Paese quando si trovano in difficoltà.
*ex ministro degli Esteri

di Giulio Terzi, ex ministro degli Esteri

Il Giornale

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